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Giornata della Memoria del Genocidio del 1994 contro i Tutsi in Ruanda (7 aprile) - Intervento del giornalista Pietro Veronese

veronese ruanda foto ritratto

6 apr - In occasione della Giornata della Memoria del Genocidio del 1994 contro i Tutsi in Ruanda, UNRIC Italia è lieta di ospitare l'intervento di Pietro Veronese, giornalista e professore universitario che è stato a lungo inviato speciale in Africa per il quotidiano la Repubblica. Il dottor veronese è inoltre vicepresidente dell’associazione Ibuka-Memoria e Giustizia, che riunisce italiani e ruandesi residenti in Italia.

Di seguito il contributo del dottor Veronesi:

1. Ricordare il 7 aprile di ogni anno il genocidio dei Tutsi del Ruanda è un gesto importante per più di un motivo. Il primo, e più ovvio, è non dimenticare. Ignorare le tragedie della storia è la prima premessa dell’eventualità che esse si ripetano. Il genocidio dei Tutsi avvenne nel 1994, otto anni dopo la pubblicazione dell’ultimo opera di Primo Levi, I sommersi e i salvati. In quel saggio terribile lo scrittore ebreo sopravvissuto ad Auschwitz tira le somme dell’esperienza della Shoah. Egli commenta con amarissimo scetticismo la parola d’ordine “Mai più!” con la quale il mondo, all’indomani del Secondo conflitto mondiale, accolse la rivelazione del genocidio degli ebrei d’Europa. Levi non crede al “Mai più!” sulla base di un ragionamento essenziale e inattaccabile: se è accaduto una volta può accadere ancora. La catastrofe ruandese ha dimostrato appena otto anni dopo che aveva ragione. Da allora tutte le persone di buona volontà sono impegnate in un nuovo “Mai più!”. E la condizione indispensabile affinché questa volta si avveri, è che tutti sappiano, che nessuno manchi di imparare quella lezione. Ibukà, dicono i ruandesi, che significa “ricorda”, ovvero, nella lingua dei Latini, “memento”, parola che racchiude il duplice significato del ricordo e dell’ammonimento.

2. L’impegno della memoria ha anche un altro scopo immediato: combattere quanti negano l’evidenza del genocidio, o cercano di ridimensionarne la gravità, o di metterlo sullo stesso piano di altre tragedie della storia. Negazionismo e revisionismo sono due piaghe che i genocidi trascinano nella propria scia. I cento giorni del genocidio dei Tutsi del Ruanda videro la morte di circa un milione di vittime e solo questo dato dovrebbe bastare come prova assoluta del male che fu compiuto. Negli anni successivi i processi celebrati davanti al Tribunale penale internazionale di Arusha in Tanzania accumularono ulteriori prove testimoniali e documentali della pianificazione e organizzazione degli eccidi. Il genocidio non fu un fatto casuale, spontaneo, un episodio della guerra civile: fu invece uno sterminio voluto e programmato. I media vicini al governo ruandese dell’epoca aizzavano i cittadini a compiere il “lavoro” con ogni arma a disposizione. i superiori militari e politici impartivano ordini, ne controllavano l’esecuzione e intervenivano direttamente quando ritenevano che essi non fossero eseguiti con sufficiente determinazione.

All’indomani della Seconda guerra mondiale la giustizia internazionale, e i singoli Stati che sottoscrissero la Convenzione Onu del 9 dicembre 1948, riconobbero il genocidio come il massimo crimine contro l’umanità, un reato che non cade mai in prescrizione e che consiste nello sterminio di un gruppo umano non per ciò che crede, per le idee o la fede che professa, per le sue opinioni o comportamenti, ma semplicemente per ciò che è, per la sua più intima e specifica umanità. È un crimine incommensurabile a qualunque altro, per grave o orrendo che sia. Questo è ciò che dobbiamo ricordare.

3. Dai “cento giorni” ruandesi sono passati 24 anni. È un lasso di tempo significativo e in Ruanda si fa avanti una generazione che non li ha vissuti, che ne sa soltanto per sentito dire ed è cresciuta senza dover portare dentro di sé il fardello della memoria diretta di quegli orrori. Tuttavia ci sono, in Ruanda e sparsi in molti altri Paesi del mondo tra cui l’Italia, alcune migliaia di persone che era infanti o bambine o comunque giovanissime nell’aprile-luglio 1994, o anche adulte, che in quanto Tutsi erano vittime designate e tuttavia, per caso, per miracolo, per la stanchezza degli aguzzini o per l’eroismo o il senso di umanità di qualcuno che li aiutò, li nascose e li protesse, sono sopravvissute. Non sono molte, per ovvi motivi. Sono i testimoni di quel male assoluto, persone speciali e particolarmente benedette, che porteranno per sempre dentro di sé, finché vivranno, ferite terribilmente profonde. La maggior parte di essi sono orfani o vedove; molti sono rimasti soli al mondo, anche se hanno potuto poi trovare la solidarietà e l’amore dei loro simili. Per loro le vittime non sono persone indistinte, ma padri, madri, fratelli, sorelle, figlie e figlie, carne della loro carne. La Giornata internazionale di riflessione sul genocidio dei Tutsi del Ruanda, proclamata dalle Nazioni Unite il 7 aprile di ogni anno, è pertanto anche l’occasione di stringersi intorno ai sopravvissuti, fare sentire loro la consapevolezza e l’affetto del mondo, affermare che se furono lasciati soli nel momento del più grave bisogno, almeno adesso non lo sono più.

4. Ricordare non è facile. «Mi ordini di rinnovare un dolore indicibile»: così Virgilio fa rispondere Enea alla regina Didone che gli chiede di raccontare la fine di Troia. Per i sopravvissuti del genocidio dei Tutsi la testimonianza è un momento difficile, doloroso, che non tutti riescono ad affrontare. Molti impiegano anni prima di sentirlo possibile. Ventiquattro anni dopo, alcuni aspettano ancora, non si sentono pronti. In quei versi così celebri dell’Eneide, Virgilio dice anche che prima che l’eroe inizi il suo racconto «tutti tacquero». Il silenzio, la disposizione all’ascolto è una delle precondizioni che consentono al sopravvissuto di dare la sua testimonianza. Essa dipende dunque anche da noi. Anche ascoltare può essere una prova ardua. Più volte mi è capitato di assistere alla crisi dell’interprete che a un certo punto, traducendo in pubblico la testimonianza di un sopravvissuto o di una sopravvissuta, sì è interrotto travolto dall’emozione e non è più riuscito ad andare avanti. In un certo senso, dunque, la testimonianza è una relazione che si stabilisce tra il testimone e chi lo ascolta; una relazione che ha bisogno di essere preparata mentalmente ed emotivamente, di trovare condizioni particolari che le consentano di verificarsi. (Lo studioso nordamericano Alexandre Dauge-Roth ha scritto su questo argomento pagine per me illuminanti). Commemorare insieme ai sopravvissuti il genocidio dei Tutsi del Ruanda serve perciò anche ad avvicinarci a questo fine straordinariamente importante: consentire a loro di testimoniare e a noi di riceverne la testimonianza.

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