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Giornata Internazionale della Lingua Materna (21 febbraio) - Contributo del Professor Marco Biffi, Responsabile Web dell’Accademia della Crusca

Crusca 2018

In occasione della Giornata Internazionale della Lingua Materna del 21 febbraio, UNRIC/Italia ha avuto il piacere di raccogliere il contributo del Professor Marco Biffi, Responsabile Web dell’Accademia della Crusca. Di seguito le sue riflessioni. 

"Nella giornata mondiale ONU della lingua materna mi pare importante soffermare l’attenzione su un punto che spesso viene dimenticato o che comunque rimane di sfondo; troppo di sfondo. Nella società contemporanea si tende a valorizzare la lingua come strumento di comunicazione, e pertanto a considerare una battaglia di retroguardia la promozione delle lingue materne, disinvoltamente sacrificabili sull’altare della lingua di scambio per eccellenza, vale a dire l’inglese. In Italia ne sono la prova fatti recenti e le conseguenti discussioni che ne sono derivate, come la decisione del MIUR di fare presentare i progetti PRIN (e quindi Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, con fondi destinati a università e enti di ricerca italiani) in inglese, e solo facoltativamente in italiano; oppure la pubblicazione della sentenza del Consiglio di Stato che stabilisce l’opportunità di non limitare esclusivamente all’inglese la didattica nei corsi di laurea (anche quelli di livello avanzato di ambito tecnico-scientifico) nelle università italiane. I commenti sono stati numerosi, sulla stampa e sul web, e chi ha difeso l’idea che l’italiano è la lingua ufficiale dello Stato e che quindi gli atti pubblici rivolti a enti dello Stato devono essere prima di tutto in italiano, o chi ha difeso l’idea che sia opportuno rafforzare anche l’italiano della scienza e della tecnica, è stato classificato immediatamente come provinciale, retrogrado, reazionario. In realtà chi sostiene queste idee chiede il consolidamento della lingua materna degli italiani in tutto quello che tecnicamente chiamiamo lo spazio linguistico, comprendendo quindi la lingua della conversazione, ma anche la lingua tecnica e scientifica, quella letteraria, ma anche quella normativa e amministrativa, solo per fare alcuni esempi. Le argomentazioni contrarie ruotano sul fatto che nella società globale della comunicazione mondiale la scelta di non usare l’inglese è una scelta perdente che avrà ripercussioni gravissime sul futuro dell’Italia e degli italiani. In realtà nessuno oggi ritiene che non si debba imparare l’inglese a un livello medio alto: c’è però chi ritiene con forza che non bisogna per questo distruggere la propria lingua materna, né tantomeno veicolare la convinzione che in fondo, se questa distruzione ci fosse, sarebbe un sacrificio collaterale accettabile.

Lo scarso amore per la propria lingua materna è un sentimento che non si può spiegare razionalmente; ma la semplificazione e la manicheizzazione della discussione deriva forse dalla mancanza di attenzione a un fatto semplice ma evidentemente niente affatto scontato: le lingue servono sì per comunicare, ma prima di tutto servono per pensare; e tutti noi pensiamo nella nostra lingua materna. Escludere la lingua materna da certe zone dello spazio linguistico significa indebolirla; indebolire la propria lingua materna significa pensare in modo meno articolato e non adeguato. Questa è la strada per scacciare la propria lingua materna dal pensiero, per far posto a un’altra lingua che consenta di elaborare concetti più complessi, e quindi in ultima istanza significa ucciderla definitivamente per far posto a quella che è progressivamente diventata strumento indispensabile.

Per provare a spiegare meglio il mio pensiero voglio partire da parole pensate e scritte in francese e poi usate in modalità multilingue. Multilingue è la parola chiave, e niente mi pare migliore se non cominciare la trattazione con l’exemplum.

Le parole francesi sono di Ferdinand De Saussure: «Prise en elle-même, la pensée est comme une nébuleuse où rien n’est nécessairement délimité. Il n’y a pas d’idées préétablies, et rien n’est distinct avant l’apparition de la langue». Sono state poi tradotte in italiano da Tullio De Mauro: «Preso in se stesso, il pensiero è come una nebulosa in cui niente è necessariamente delimitato. Non vi sono idee prestabilite, e niente è distinto prima dell’apparizione della lingua». E infine queste parole, ancora in italiano, saranno il punto di partenza per continuare il cammino: se il pensiero non esiste in modo distinto se non con l’apparizione della lingua, ne consegue che il pensiero e la speculazione sono strettamente connessi alla lingua in cui sono articolati, alle caratteristiche socio-culturali di chi pensa. Una considerazione forse banale, ma che molti (e leggendo i giornali rimango stupito di quanti essi siano) sembrano ignorare piuttosto che non condividere.

Il mio assunto fondamentale sulla questione è quindi che a tutti sia garantito di pensare nella propria lingua, perché pensare in lingue diverse ha consentito all’umanità di sviluppare la propria conoscenza, e persino il proprio avanzamento tecnologico, in modo multiforme e più ricco. Per questo motivo anche a ciascuno scienziato e tecnico deve essere garantita la possibilità di pensare e svolgere le proprie ricerche nella propria lingua, perché solo in quella può dare al massimo il suo contributo al volto multiforme della scienza e della tecnica, oltre che della cultura. Perché questo sia possibile è necessario che le competenze, e gli strumenti linguistici (la terminologia, ma anche la specifica sintassi, che guida il pensiero nel ragionamento), siano correttamente trasmessi nella lingua materna, magari insieme agli strumenti di altre lingue, magari imparando a pensare anche in altre lingue, ma senza che queste prevalgano e prevarichino.

Naturalmente rimane il problema della comunicazione. Spinto dall’evocazione della “nebulosa” saussuriana, vorrei portare un esempio forse irriverente, ma funzionale. Nell’universo della Federazione Unita dei Pianeti di Star Trek (con le sue varie serie televisive e approdi cinematografici), la cosa che colpisce immediatamente è l’estrema facilità con cui persone appartenenti a culture e società diverse comunicano tra loro da un quadrante all’altro della galassia. È stato più volte rilevato che l’universo fantascientifico della serie cela una descrizione metaforica della storia contemporanea, e che la Federazione rappresenta gli Stati Uniti. Proprio in virtù di questa facile trasposizione, la prima spiegazione, spontanea, alla facilità linguistica del mondo di Star Trek è che naturalmente tutti usino la lingua inglese, evidentemente diventata lingua della Federazione. Ma non è così. E tutto diventa chiaro quando i protagonisti, le cui missioni hanno lo scopo prevalente di esplorare l’universo alla ricerca di nuove civiltà e conoscenze, al primo incontro comunicano con grande facilità con individui di società ancora più lontane, culturalmente e linguisticamente, dalla già ricca molteplicità della Federazione. E riescono a farlo perché, come si precisa in alcuni episodi, il multilinguismo immediato è reso possibile da un “comunicatore”, l’apparecchio che ciascun membro della Federazione porta sempre con sé, appuntato all’uniforme, e che funge anche da traduttore universale.

Non mi sembra da poco, una volta che si accetti il parallelismo tra Federazione e Stati Uniti, che anche i detentori della lingua franca per eccellenza, immaginando il futuro, non lo declinino linguisticamente in modo monolitico plasmandolo sull’inglese (o su un’altra lingua), ma aspirino a un universo multilingue e plurilingue nel senso più ampio del termine. Hanno cioè pensato in grande, proiettandosi davvero nel futuro.

Gli strumenti informatici e le tecnologie attuali non ci consentono di disporre dei “comunicatori”/traduttori della Federazione (anzi, da questo punto di vista, va sottolineato che i vari investimenti su procedure informatiche di traduzione automatica, iniziati a partire dagli anni Sessanta, nell’ultimo decennio si sono spostati piuttosto sulla messa a punto di strumenti di ausilio alla traduzione). Ma l’informatica ci consente di ricorrere ampiamente, con alta usabilità e accessibilità, a un approccio multilingue, in particolar modo per quanto riguarda la comunicazione web. Favorire uno scambio internazionale delle conoscenze, delle culture, della scienza e delle tecnologie, non è possibile unicamente spalmando l’inglese su tutto il resto; questo è forse più semplice, ma non è la frontiera del futuro. Questo metodo è il passato, è ciò che c’era prima della Torre di Babele. È un metodo usato nel passato in molti stati europei per diffondere una lingua nazionale, con percorsi molto sofferti: ma oggi ci sono le risorse e le tecnologie per tentare una soluzione più matura.

Del resto il mondo del web va già in questa direzione per conto suo: la ricerca avanzata di Google permette di filtrare le pagine web in base a una cinquantina di lingue, di cui il web garantisce la vitalità (tra cui croato, estone, indonesiano, norvegese, solo per citarne alcune che non ci si aspetterebbe di trovare nel motore di accesso all’informazione globale); e Google ha fin da subito tentato di sviluppare un traduttore “universale” (che non funziona alla perfezione, certo: ma qui non conta il risultato fantascientifico di Star Trek, bensì la scelta “politica”).

Favorire realmente la comunicazione internazionale, e il progresso internazionale, significa non soltanto dare accesso alle informazioni in inglese, ma farlo anche nelle altre lingue, nel rispetto di ciascuna di esse, avvantaggiandosi della conseguente ricchezza mediante gli strumenti necessari per una funzionale accessibilità e intercomunicabilità."

SDG Poster 2018 2

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