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Giornata Mondiale della Radio (13 febbraio) - intervista a Gaetano Barresi, Capo Redattore Esteri-Vaticano di Radio 1 Rai e Giornale Radio

Barresi RADIO 2

12 feb - In occasione della Giornata Mondiale della Radio del 13 febbraio, UNRIC/Italia ha avuto il piacere di intervistare Gaetano Barresi, Capo Redattore Esteri-Vaticano di Radio 1 Rai e Giornale Radio.

La Radio ha festeggiato il secolo di vita eppure non mostra segni di vecchiaia. Com’è possibile?

E’ possibile perché la Radio ha saputo rinnovarsi come nessun altro mezzo di comunicazione. Oggi la si può ascoltare dappertutto. I tempi delle onde corte, dei segnali deboli,  è lontanissimo. Oggi la Radio cavalca da par suo tutte le piattaforme tecnologiche. Non è un caso se l’ultimo rapporto Censis del 2017 dice che oltre l’82,5 per cento degli italiani ascolta la radio. Oggi , addirittura non solo la si può ascoltare alla televisione, ma la si può anche vedere alla televisione. Proprio in queste settimane Radio Uno RAI ha lanciato la sua Radiovisione, un progetto su cui il direttore, Gerardo Greco, punta molto. Ascoltare la radio vedendola è una sfida che Radio Uno accoglie volentieri con i suoi programmi di approfondimento che raccontano la realtà di oggi. E che ci mostrano indirettamente cosa vuol dire oggi fare la radio. Un dietro le quinte che fa capire quanto impegno ci voglia per fare una radio di qualità. Un dietro le quinte che svela anche i volti di chi ogni giorno entra nelle case di milioni di italiani. Un mistero che svanisce certo, ma che accresce l’interesse e la curiosità di chi è abituato a dare subito un nome a quella voce. La Radio, poi, come nessun altro medium, ha anche un’ altra specificità che è certamente unica: la sua vocazione di servizio.  Faccio un esempio: anni fa l’intera Italia si spense per un giorno intero a causa di un gigantesco black out. Non funzionava nulla. La Radio fu l’unico mezzo attraverso cui fu possibile dare informazioni e indicazioni. Perché? Ma perché c’erano le autoradio e  le radio a batteria! E il Paese potè essere aggiornato su quanto stava accadendo.

Lei lavora alla Radio da oltre 30 anni, attualmente è capo redattore degli Esteri e del Vaticano di Gr1, Gr2 e Gr3, oltre che di Radio Uno, quali trasformazioni ha vissuto?

Enormi. Quando sono arrivato ero abituato alla “grammatica” dei giornali: il menabò da disegnare, i titoli da far quadrare, le foto da impaginare. Alla Radio era tutto diverso: niente foto, niente menabò. Solo i titoli bisogna farli quadrare lo stesso. Ma in un senso diverso: la grafica non c’entrava nulla. E poi si registrava sulle bobine, si usavano le cosiddette “pecette” per incollare il nastro dopo un taglio, ci voleva un certo allenamento per cogliere il punto giusto e mantenere l’armonia del pezzo rispettando le pause di chi il pezzo lo aveva inciso. Per fare questo c’erano tecnici bravissimi, ma capitava soprattutto in trasferta che non ci fosse questo aiuto e allora bisognava fare da soli. Era il tempo della F.M., la Modulazione di frequenza, come oggi, ma anche dell’Onda Media e poi dell’Onda Corta e Lunga che oggi non ci sono più. Ma io ricordo con piacere quando conducevo il notiziario destinato alle Americhe e all’Africa. Tempi eroici che la tecnologia digitale ha cancellato. Oggi si va in onda via web, via satellite. Oggi il pezzo per il Giornale Radio si incide su microfoni che registrano direttamente e poi lo si riascolta vedendo la traccia grafica. Fare un taglio è enormemente più facile. All’apparenza quella Radio è un altro mezzo rispetto a oggi. Ma a ben guardare non è proprio così perché il saper raccontare, il linguaggio immaginifico è rimasto lo stesso. Sia che la Radio la ascoltiamo su un tablet sia che la voce provenga da una vecchia radio a batterie. E quel “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco celeste, il suo nome è Fausto Coppi”,  urlata dal radiocronista ai milioni di italiani che lo stavano ascoltando anche oggi rimane una frase che solo la radio può rendere eterna.

Se dovesse descrivere la Radio e quello che rappresenta ad un marziano sbarcato sulla terra cosa gli direbbe?

Beh, non parlando il marziano, cercherei una comunicazione emotiva, come è emotiva la Radio. E prenderei in prestito alcuni versi di una canzone di un poeta come Francesco De Gregori, che questi versi non ha dedicato alla Radio, ma che per me invece rappresentano la quintaessenza di questa meraviglia che è la Radio e allora gli direi che la Radio “è fulmine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia”. E sono sicuro che capirebbe! Poi però gli chiederei su Marte che Radio hanno e che Radio fanno…

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