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Giornata Mondiale contro l' AIDS: intervento di Massimo Oldrini

Massimo Oldrini LILA

1 dic- Oggi è la Giornata Mondiale contro l' AIDS, indetta nel 1988 come la prima giornata mondiale per la salute. Per scoprire di più sulla Giornata, clicca qui.

Per questa importante occasione, UNRIC/Italia condivide con piacere l'intervento di Massimo Oldrini, presidente di LILA, Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids. LILA é un'associazione senza scopo di lucro nata nel 1987 da un gruppo di persone e organizzazioni che di fronte alla drammaticità e alla violenza con cui l’Hiv si diffondeva nel Paese stavano provando  ad  attivare  le  prime  risposte  concrete. Da allora non ha mai smesso di creare  e  sperimentare  servizi  e  interventi innovativi e pilota: dalle case alloggio per persone con Aids ai gruppi di auto-aiuto, ai centralini telefonici informativi, non limitandosi solo agli aspetti medico-clinici legati all’infezione ma concentrandosi anche sugli aspetti sociali così fortemente legati all’Hiv/Aids.

 

L’ONU/UNAIDS indica tra gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile anche la sconfitta dell’AIDS entro il 2030. Per rispettare questa “tabella di marcia” gli stati membri dovrebbero centrare, già entro il 2020,  una serie di parametri. Qual è la situazione in Italia? http://www.un.org/sustainabledevelopment/

Spiace dirlo, ma va riconosciuto che difficilmente l’Italia, senza un radicale cambio di passo, possa riuscire a raggiungere per il 2020 il famoso target “90-90-90”, una formula con cui l’ONU/UNAIDS prescrive la necessità di rendere consapevoli del proprio stato sierologico il 90% delle persone con HIV, di assicurare a questo 90%  un accesso adeguato alle terapie e di far sì che il 90% delle persone con HIV raggiunga un livello non rilevabile di carica virale, condizione che le rende non infettive.  http://www.unaids.org/en/resources/documents/2017/90-90-90

Certo, anche in Italia sono stati fatti tanti passi in avanti ma, complessivamente,  nel nostro sistema di contrasto all’HIV persistono criticità rilevanti che lo rendono non adeguato al rispetto degli standard prescritti per il 2020.  

 

Quali sono, dunque, le principali criticità che ravvisate nelle politiche pubbliche italiane?

Purtroppo sono diverse: dalla debolezza del sistema di sorveglianza nazionale che non riesce a dare una giusta rappresentazione dell’andamento dell’infezione,  all’insufficienza delle risorse stanziate, fino alle strategie di prevenzione e comunicazione che non tengono conto delle nuove conoscenze scientifiche. In particolare, non c’è ancora un riconoscimento dell’efficacia della “TasP” (Treatment as Prevention), grazie alla quale le terapie antiretrovirali assumono anche un alto valore di prevenzione rispetto alla popolazione generale, in quanto possono rendere non infettive le persone con HIV, così come manca qualsiasi  intervento di promozione della PrEP, la profilassi Pre-Esposizione, riconosciuta invece dai servizi sanitari di molti altri paesi europei. Determinanti sono inoltre alcuni fattori di carattere culturale: dalla mancanza di interventi strutturati di educazione all’affettività e alla salute sessuale nelle scuole, fino una forte persistenza di stigma e omofobia.          

 

Cosa non funziona, invece, nei sistemi di sorveglianza?

UNAIDS ha fortemente richiamato in questi giorni la necessità di prestare grande attenzione alla raccolta e all’analisi dei dati epidemiologici ma nel nostro paese il sistema di sorveglianza è fortemente lacunoso e la fotografia che emerge del fenomeno HIV è molto confusa. In primo luogo non sono stati unificati i due sistemi di sorveglianza nazionali presenti -quello delle segnalazioni per AIDS attivo dal 1986 e quello per i casi di HIV introdotto nel 2008- e questo impedisce una chiara lettura del fenomeno perché i due database non sono comunicanti. Inoltre non sono raccolti e forniti dati su quanti test HIV siano effettuati ogni anno in Italia. Il bollettino inoltre non riporta più i decessi per AIDS, nonostante lo stesso istituto che lo pubblica stima più di 1.000 decessi l’anno.

ISS-COA Bollettino nr trenta del 2017

http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=3173

https://www.hindawi.com/journals/bmri/2014/209619/

Il quadro che emergere dai rapporti governativi annuali italiani è molto rassicurante, ma poco aderente alla realtà. Quest’anno, ad esempio, si è posto l’accento sull’elevata percentuale di stranieri che ricevono la diagnosi di HIV, facendo chiari riferimenti alla drammatica situazione migratoria che investe il nostro paese. Si omette, però, di dire che i migranti, soprattutto quelli introdotti nei circuiti d‘accoglienza,  sono invitati a sottoporsi al test (o sono sottoposti al Test) molto più dei cittadini italiani. Si corre così il rischio di accrescere lo stigma verso gruppi di persone,  in particolare quelle non regolari, già molto prive di diritti e tutele.

Allo stesso modo, si segnala l’importante riduzione delle diagnosi in persone che usano sostanze per via iniettiva: peccato che la Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle Tossicodipendenze in Italia del 2017, segnali che solo il 34% delle persone in carico ai servizi per le dipendenze sia stato testato. http://www.politicheantidroga.gov.it/media/2153/relazione-al-parlamento_2017.pdf

 

Quali problemi rilevate, invece, nelle strategie di prevenzione dell’HIV?

Guardi, in Italia un programma strategico di contrasto all’HIV non è presente da moltissimi anni e si dibatte ancora sull’opportunità di mostrare un profilattico in una classe durante gli interventi di prevenzione e informazione ai giovani. Leggendo bene i dati, si apprende poi che tra i più colpiti risultano esserci proprio i ragazzi e le ragazze: nella fascia tra i 15 e i  24 anni si è  registrato un incremento del 2,4% rispetto all’anno precedente mentre la fascia d’età 25-29 anni (13,6% delle nuove diagnosi di infezione da HIV) riporta l’incidenza più alta, 14,8 nuovi casi per 100.000 residenti.

ISS-COA Bollettino nr 29 del 2016 http://www.iss.it/binary/publ/cont/COA_ONLINE_2016.pdf

Da anni non vengono inoltre svolte campagne di prevenzione rivolte alle popolazioni più vulnerabili, così come, in gran parte delle Regioni,  sono stati smantellati  gli interventi di Riduzione del Danno tanto che non è neanche possibile fornire  condom e siringhe pulite alle persone detenute.

In questo quadro desolante, a parlare di PrEP e TasP (Treatment as Prevention) in Italia sono solo le associazioni di lotta all’AIDS e la comunità scientifica non certo le istituzioni, nonostante tali strategie siano fortemente raccomandate da tutte le agenzie internazionali.

La speranza è che il nuovo Piano Nazionale AIDS, se adeguatamente finanziato possa invertire questa tendenza.

 

Quindi è anche una questione di fondi?

Certamente! Le e associazioni e la comunità scientifica continuano ormai da tempo a sollevare  la questione ma questo aspetto resta lettera morta, nonostante il nostro governo abbia sottoscritto nel settembre del 2016 l’Action Plan della Regione Europea OMS in cui si chiede ai governi di sostenere economicamente le azioni di contrasto all’HIV e si individui come elemento determinante proprio la questione finanziamenti http://www.euro.who.int/__data/assets/pdf_file/0003/319116/66rs09e_HIV_160770.pdf?ua=1. Lo sforzo compiuto nel 2016 per dotare l’Italia di un Piano Nazionale Aids (PNAIDS) basato sulle evidenze scientifiche, che includesse una serie di nuove strategie, rischia di diventare un puro esercizio di stile e questo è l’elemento più preoccupante.

Sarà quasi impossibile, ad esempio, applicare le indicazioni dello stesso PNAIDS su una questione cruciale come l’emersione del sommerso, ossia la necessità di rendere consapevoli del proprio stato sierologico il maggior numero possibile di persone con HIV. Per raggiungere questo obiettivo sarebbe necessario promuovere e migliorare l’offerta attiva del test da parte dei servizi pubblici ma anche implementare  l’offerta di test in ambito non ospedalizzato (Community Based Voluntary Counseling and Testing), test cioè effettuati da associazioni o community che prevedono anche l’offerta di counselling. Nel nostro paese questa strategia,raccomandata da tutte le agenzie internazionali, è stata sperimentata con successo da una trentina di ONG che si sono, dunque, rese protagoniste di una grande azione di salute pubblica. Tra le oltre 1600 persone che hanno avuto accesso ai test rapidi offerti gratuitamente dalle sedi LILA tra il 1 ottobre 2016 ed il 30 settembre 2017, circa la metà ha eseguito il test per la prima volta nella vita, segno di quanto questo intervento sia in grado di incoraggiare chi non si rivolgerebbe ai servizi tradizionali. Le associazioni che svolgono questo tipo di servizio, sono però costrette a sobbarcarsi per intero il costo dei kit e degli interventi di testing, senza ricevere, salvo rare eccezioni,  alcun contributo da parte delle istituzioni,  che stentano a comprendere il valore di questo tipo d’intervento. Senza risorse adeguate non sarà possibile nemmeno aumentare l’attività di testing rivolta ai consumatori di sostanze per via iniettiva (ad oggi  solo il 34% delle persone in carico ai servizi risulta aver fatto il test),cosi come  non sarà possibile riattivare azioni nazionali coordinate di Riduzione del Danno. Altrettanto difficile sarà avviare interventi pubblici sulla PrEP, una strategia di prevenzione di cui policy makers, e purtroppo anche parte della comunità scientifica, stentano a riconoscere il valore, nonostante le inoppugnabili evidenze scientifiche e nonostante l’OMS ne raccomandi, da anni, l’implementazione.  

Se non si trovano risorse sarà impossibile,infine, avere campagne di contrasto allo stigma basate su un giusto riconoscimento del carattere preventivo della TasP che può scardinare dall’immaginario collettivo la paura profonda delle persone con HIV, alla base di stigma e discriminazioni.

 

In Italia la pressione sociale sulle persone con HIV è ancora così alta?

Si, certamente sì. Le persone con HIV, nonostante siano in trattamento e in buona salute, nella stragrande maggioranza dei casi, continuano a pagare duramente e quotidianamente la loro condizione. Troppo spesso si continua a richiedere il test in ambito lavorativo, pratica vietata dalla legge e senza nessun presupposto logico; numerose sono le segnalazioni di discriminazione anche in ambito sanitario e nessuna compagnia assicurativa stipula polizze alle persone con HIV, che incontrano anche problemi nell’accesso al credito solo per la loro condizione sierologica Un ruolo chiave anche i media che si interessano di HIV solo in prossimità della Giornata Mondiale o trattano questo tema solo in relazione ad eclatanti casi di cronaca senza invece comunicare correttamente come la convivenza con le persone HIV positive non comporti rischio alcuno, soprattutto adesso, nell’era della TasP che rende gran parte delle persone in terapia antiretrovirale non infettive grazie alla soppressione della loro carica virale.

 

Che cosa servirebbe oltre alle risorse?

Un cambio culturale e di approccio al problema da parte delle istituzioni e dei policy maker. Oggi le uniche azioni condotte dalle Regioni sull’HIV sono finalizzate all’immediato contenimento della spesa sanitaria, prive dunque di prospettive di lunga durata. Investire sulla prevenzione potrebbe invece portare nel medio-lungo termine a consistenti risparmi per il nostro Sistema Sanitario. Il problema HIV andrebbe affrontato dai decisori politici non sulla base di visoni moralistiche e giudicanti, lontane dalle evidenze scientifiche ma con  un approccio pragmatico che lo inquadri come un problema centrale di salute pubblica. L’HIV può’essere efficacemente contrastato con azioni precise, confermate da tutte le agenzie internazionali, e partendo dal fatto che riguardi tutte le persone sessualmente attive a prescindere dall’età e dall’orientamento sessuale. 

Per raggiungere l’obiettivo 90-90-90 sarebbe inoltre necessario un aggiornamento del quadro normativo. La legge 135 del 1990 ad esempio, pur essendo una buona legge, a ventisette anni dalla promulgazione, richiederebbe un aggiornamento che la renda più conforme alla situazione attuale.  Serve rendere accessibile il test anche ai minorenni per i quali invece,  tutt’oggi, è richiesta l’autorizzazione dei genitori o del giudice tutelare, così come sono urgenti interventi legislativi che includano nei percorsi scolastici programmi di educazione affettiva e sessuale.. Occorre, infine una nuova legge sul consumo di sostanze stupefacenti che abbandoni la fallimentare impostazione proibizionista e criminalizzante dell’ultimo trentennio, indicata dal Global Commision on Drug Policy del 2012, tra i fattori che più hanno favorito e favoriscono  la diffusione dell’HIV tra i consumatori. https://www.globalcommissionondrugs.org/reports/the-war-on-drugs-and-hivaids/.

 

La sua potrebbe sembrare una visione eccessivamente negativa della situazione…

Questi timori sono condivisi dalla quasi totalità delle ONG italiane e dalla comunità scientifica; Lo stesso Ministero della Salute sta riconoscendo l’esistenza di questi gravi problemi, che se non vengono risolti immediatamente impediranno il raggiungimento del 90-90-90 prescritto da UNAIDS  tra soli tre anni. Tra le note positive c’è il buon livello di cura e assistenza assicurato dal Sistema Sanitario nazionale che consente a moltissime persone con HIV una buona qualità della vita,un valore questo, da sottrarre alle logiche del contenimento della spesa e da difendere in nome del diritto alla salute di tutti e tutte le persone, con e senza HIV.

SDG Poster 2018 2

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