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Giornata Internazionale a sostegno delle vittime di Torture: l'intervento di Antonio Marchesi

Antonio Marchesi presidente Amnesty International

26 giu - Oggi ricorre la Giornata Internazionale a sostegno delle vittime di Torture, stabilita nel 1997 dall'Assemblea Generale con la Risoluzione 52/149. Questa occasione è rilevante, in quanto la tortura è considerata un crimine ai sensi del diritto internazionale consuetudinario, ed è pertanto vietata a tutti gli Stati della comunità internazionale. Nonostante ciò, rimane una pratica diffusa.

Per questa importantissima occasione, UNRIC/Italia condivide l'intervento sul tema di Antonio Marchesi, attivista della sezione italiana di Amnesty International dal 1977 e suo Presidente dal 2013 (avendo già ricoperto tale carica dal 1990 al 1994). Marchesi è stato consulente del Segretariato internazionale di Amnesty International e di diverse organizzazioni internazionali intergovernative e non governative, su diversi temi, e in particolare sulla tortura, la pena di morte e la giustizia penale internazionale. Per Amnesty International ha svolto missioni negli Stati Uniti, in Uganda, in Algeria e in Tunisia e, nel 1998, ha fatto parte della delegazione alla Conferenza istitutiva della Corte penale internazionale. Insegna Diritto internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Teramo e ha insegnato anche nella Facoltà di Filosofia dell’Università di Roma La Sapienza, nella John Cabot University e nella American University of Rome (AUR). Svolge attività di formazione sui diritti umani nell'ambito di diversi Master e tiene corsi di Protezione internazionale dei diritti umani per la Società italiana per l’organizzazione internazionale (SIOI). Ha scritto oltre 50 tra saggi e articoli scientifici e diversi libri fra cui “La pena di morte. Una questione di principio” (2004) e “La protezione internazionale dei diritti umani. Nazioni Unite e organizzazioni regionali” (2011).

La tortura è vietata dal diritto internazionale. Eppure, secondo i dati di Amnesty International, è piuttosto diffusa. Come rispondono gli stati alle vostre accuse?

In genere, la prima reazione consiste nel negare i fatti. Quando ciò non è possibile, perché ci sono testimonianze, talvolta immagini, che provano il contrario, si ricorre in genere alla teoria delle “mele marce”: si esclude l’esistenza di un piano, di autorizzazioni, sostenendo che la responsabilità è di alcuni singoli, “pesci piccoli” che non hanno rispettato le regole, che sono - per così dire - andati oltre. Se però si arriva a provare che vi è stato un coinvolgimento dei ranghi intermedi o persino elevati dell’esercito o dell’amministrazione civile, e che la pratica denunciata era in realtà tollerata o persino incoraggiata dalle alte sfere, allora si passa ad un’altra linea di difesa. Si nega che si sia trattato di “tortura”, si ricorre a degli eufemismi. La realtà – e questa descrizione sommaria dell’atteggiamento di molti governi lo dimostra – è che la tortura, con lo stigma che l’accompagna, è una pratica inconfessabile, addirittura una parola impronunciabile. Questa è, in un certo senso, una buona notizia, perché significa che il divieto assoluto, il tabù della tortura resiste ai tentativi di metterlo in discussione. La notizia meno buona è che, nonostante l’omaggio formale che gli stati rendono alla norma inderogabile che vieta la tortura, questa spesso non viene rispettata.

Quali risposte, quali strategie si possono mettere in atto di fronte a questo stato di cose?

In primo luogo, accertare rigorosamente i fatti e renderli noti. É quello che fanno le organizzazioni non governative come Amnesty, che ha fra i suoi compiti principali quello di smascherare le bugie dei governi, mettendo a disposizione dell’opinione pubblica informazioni veritiere. Occorre poi contrastare la tendenza ad aggirare, a eludere, le norme internazionali sulla tortura, opponendosi a un’interpretazione riduttiva, a volte quasi anacronistica della nozione di tortura. Di fronte a un fenomeno che consiste, nella prassi contemporanea, soprattutto in un tentativo di distruggere la personalità della vittima, di colpire la sua integrità psichica e morale, di metterla in condizioni di non potere più nuocere, di impedirle di conservare i propri convincimenti e di resistere a quelli che le si vogliono imporre, ebbene, di fronte a tutto questo molti stati fanno il possibile per accreditare una nozione di tortura meramente fisica, arcaica, di tortura non corrispondente al fenomeno che, purtroppo, abbiamo imparato a conoscere.

Quali sono gli obblighi degli stati in materia di tortura?

Questo è un punto importante. Anche in relazione alla questione di ciò che agli stati s’impone di fare per contrastare in modo effettivo, e non solo a parole, la tortura, esiste una dialettica tra norme internazionali assai evolute e una volontà statale di ridimensionarne la portata, di limitarne le implicazioni per il diritto interno. Gli obblighi in materia di tortura – sarebbe utile che fosse chiaro a tutti – non consistono semplicemente nell’obbligo di astenersi da pratiche inaccettabili, ma comprendono una lunga serie di obblighi relativi al modo di essere del sistema interno, che deve essere pienamente idoneo a prevenire e a punire efficacemente la tortura.

La situazione dell’ordinamento giuridico italiano, a giudicare dalle osservazioni sia dei treaty bodies che dei Charter bodies del sistema delle Nazioni Unite nonché della Corte europea dei diritti umani, lascia molto a desiderare sotto questo aspetto?

Si, in particolare, è da ormai quasi trent’anni – da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione contro la tortura e gli altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti del 1984 – che si discute dell’opportunità, direi della necessità, di avere un reato specifico di tortura nel codice penale, che permetta di sanzionare adeguatamente la tortura (cosa che, invece, negli ultimi decenni, non è avvenuta). Il 26 giugno, in una data che ha un valore simbolico, il tema è all’ordine del giorno della Camera dei Deputati e si spera che questa volta, dopo tanti tentativi falliti, una legge venga approvata. É un vero peccato, però, che la definizione di tortura che il nostro Parlamento si accinge, con ogni probabilità, ad accogliere, sia piuttosto contorta e che presenti alcuni limiti evidenti (in particolare, per la diffidenza che il testo esprime nei confronti della tortura mentale e per il requisito, del tutto fuori luogo, della pluralità delle condotte). In quanto attivisti di Amnesty International, vogliamo fortemente una legge italiana sulla tortura. Ma l’avremmo voluta diversa.

Scopri di più sulla Giornata cliccando qui.

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