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Intervista ad Alberto Romagnoli in occasione della Giornata mondiale della Televisione

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21 nov - In occasione della Giornata mondiale della Televisione, abbiamo intervistato Alberto Romagnoli, responsabile dell’ufficio di corrispondenza della Rai a Bruxelles dall’inizio del 2014. In precedenza è stato corrispondente da Parigi (2007-13) e caporedattore esteri (2009-2007) del TG1, il più importante telegiornale italiano, per cui lavora dal 1988. 

Signor Romagnoli, secondo lei la televisione rischia davvero di essere soppiantata dai social e diventare un vecchio media? 

Credo che in epoche più o meno lontane ci siano stati discorsi analoghi sul teatro e sul cinema che invece – come sappiamo – non si sono affatto estinti. Per quanto riguarda l’informazione per immagini… beh, credo che dopo l’avvento di internet, non se ne sia mai vista tanta. Dalle case è probabilmente destinato a sparire solo il tradizionale apparecchio televisivo, soppiantato da uno dei tanti “schermi” che riempiono sempre più le nostre vite. Mi riferisco a telefonini, tablet eccetera, che offrono la possibilità di rivedere i programmi in ogni momento della giornata, senza la necessità di affrettarsi per rientrare a casa dal lavoro entro le otto di sera, come faceva mio papà, per non perdersi i titoli del telegiornale. 

All’inizio della mia carriera di giornalista TV, quasi trent’anni fa, le telecamere erano molto costose e dunque solamente grandi aziende – pubbliche o private – potevano permettersele. Adesso invece perfino mio figlio, che ha dodici anni, è in grado di gestire un proprio canale, su YouTube, utilizzando appena un computer e un telefono. 

Ma la moltiplicazione – praticamente infinta – dei canali, non finisce per annientare quella che era una delle caratteristiche principali della TV, ovvero la condizione simultanea della stessa esperienza da parte di milioni di persone?

L’esigenza – evidentemente commerciale – di dare a qualunque spettatore tutto quello che desidera (sport, informazione, musica, meteo, animali, film porno etc.) e in qualunque momento (24 ore su 24, sette giorni su sette), provoca frammentazione. Ormai neanche nei Paesi in via di sviluppo si vedono più famiglie raccolte davanti a un unico schermo – magari in un locale pubblico – per seguire lo stesso programma.  

Chi abita ancora in una baracca comunque preferisce installare la propria parabola personale. Perfino in questo scenario, tuttavia, la televisione viene esaltata dal suo specifico, che è la diretta. Assistere a un evento nell’istante in cui accade vince l’indifferenza, spinge chiunque a uscire dalla propria “bolla” provando – anche se per un tempo ridotto – a mettersi in sintonia con altre persone, che magari, dall’altra parte del pianeta, stanno gioendo per la vittoria in una partita oppure versano lacrime perché sono state appena vittime id un terremoto. 

A mio giudizio, però, è  ancora necessario – soprattutto in materia di informazione – l’intervento di un professionista che “certifichi” l’autenticità di quello che si vede. Faccio un esempio: è legittimo che un parlamento si doti di telecamere per diffondere in diretta i dibattiti. Ma se la regia resta nelle sue mani potrà cambiare inquadratura quando due deputati si prendono a schiaffi.

Ci deve essere dunque un telecronista “indipendente” che spieghi allo spettatore anche i retroscena, che abbia uno sguardo su tutto il campo – se si può fare una metafora sportiva – e non limitato solo alla panchina oppure alla porta.  

In questo scenario, quindi, qual è il ruolo della televisione pubblica?

Ancora enorme, a prescindere dal fatto che io – proprio di una televisione pubblica – sono dipendente. Il servizio pubblico è un’esperienza profondamente europea ma, come il welfare, significativa anche per Paesi che hanno sviluppati modelli diversi. Ovvero sono convinto che ci sia un diritto, così come a cure mediche ed istruzione di base, pure a un minimo di informazione (e non solo) ogni bambino deve poter sognare che un giorno correrà veloce come Bolt, e per farlo non deve essere costretto a vedere le Olimpiadi su un canale a pagamento.

La finale dei cento metri è un diritto, da questo punto di vista, così come quello a essere informati adeguatamente prima di andare a votare. Sotto questo profilo la moltiplicazione degli schermi e die canali non è affatto una garanzia di pluralismo. Chi ha potere – non solo politico – continuerà a utilizzarlo per influenzare l’opinione pubblica, che deve pretendere invece un “bilanciamento” dei poteri perfino in campo televisivo. Anche a tutela delle emittenti private, costrette a non abbassare troppo il livello fino a quando sul mercato resteranno servizi pubblici che garantiranno un minimo di intrattenimento, educazione e informazione a tutti. A prescindere dal livello di reddito e di istruzione.  

Per saperne di più sulla Giornata, clicca qui

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