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Intervista al Professor Coniglione in occasione della Giornata mondiale della Filosofia

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17 nov - In occasione della Giornata mondiale della Filosofia, che si celebra oggi, 17 novembre, abbiamo intervistato il prof. Francesco Coniglione, ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Catania.

Professore Coniglione, lei, in quanto Presidente della Società filosofica italiana, ha in passato organizzato le Olimpiadi di Filosofia, rivolte agli studenti delle scuole secondarie superiori, la cui finale internazionale si è svolta nello scorso mese di maggio a Gent, in Belgio. Qual è il senso oggi di queste Olimpiadi, in un mondo che sempre più sembra interessato all’utile immediato e ha poco tempo per la riflessione?

Le Olimpiadi – che si svolgono con selezioni regionali, nazionali e poi hanno un loro momento internazionale, di volta in volta in paesi diversi (e nel 2019 avranno luogo in Italia) – hanno dimostrato che vi sono ancora moltissimi studenti vicini alla filosofia, la quale riesce a far parte del loro quotidiano in quanto affronta le domande sull’uomo, sulla società, sull’universo. I giovani sono oggi molto curiosi dei problemi dell’uomo e della conoscenza e nel corso di questa esperienza ‘olimpionica’ si è rimasti sorpresi perché tra le tracce proposte i giovani non hanno preferito in modo prevalente quelle con tematiche etico-politiche, così come ci si sarebbe aspettati, ma piuttosto quelle gnoseologiche e teoretiche.

Questo significa che, quando i problemi sono posti in modo fruibile dai giovani, gli aspetti più complessi non sono poi tanto lontani da loro. L’interesse dei giovani dipende da come sono poste le questioni e dalla rilevanza che esse hanno per la loro vita quotidiana e per gli interrogativi che essi si pongono sul loro posto nel mondo. Per esempio, il tema della tolleranza, che ha un carattere etico-filosofico, è oggi sentito moltissimo dai giovani. Lo stesso si dica del rapporto tra fondamentalismo, religione e differenze culturali. Oggi si avverte il desiderio di scavare nella realtà più profonda e di non fermarsi all’apparenza.

Questo porta più in generale alla domanda di quale sia il posto della filosofia in un mondo in cui il dubbio e le domande sono viste come delle pericolose minacce all’ordine sociale e nel quale i problemi vengono per lo più demandati ad una soluzione di tipo tecnologico.

Alla base di questa domanda v’è l’equivoco di ritenere che la filosofia e la scienza, della quale ultima la società è profondamente imbevuta e tributaria, siano due mondi lontani. È indubbio che oggi la filosofia subisce una crisi derivante dalla pulsione applicativa ed eccessivamente utilitaristica con cui viene concepito il sapere. Ma la scienza, in realtà, non è constitutivamente estranea alla filosofia, anzi è ad essa molto più intimamente connessa di quanto si ritenga.

Pensare che nella scienza si possa fare a meno della filosofia o dell’etica, significa rischiare di fare una gran brutta figura. Non si può infatti essere semplicemente uno scienziato o un tecnico se non ci si pone almeno il problema più generale del significato delle cose che si fanno. E questo è un problema tutto filosofico. Io sono per tale aspetto convinto che bisognerebbe studiare la filosofia anche nei corsi di laurea più scientifici e tecnici, così come sarebbe assai utile inserire negli studi filosofici qualche studio tecnico o scientifico, ad es. la matematica, che costituisce una chiave universale per poter comprendere i contenuti più specificamente specialistici di molte discipline. Sono per la convergenza tra i due ambiti. Non è necessario che tutti siano filosofi, ma è auspicabile che tutti abbiano consapevolezza dello spessore problematico dei concetti e della storia che sta dietro ai concetti.

 In che modo la filosofia può dissipare il diffuso preconcetto secondo il quale la filosofia viene percepita come "inutile" rispetto alla concretezza del sapere scientifico?

Le racconto un episodio, di cui sono venuto di recente a conoscenza. A fine agosto Carlo Rovelli – uno tra i fisici italiani più brillanti e di successo – ha in un suo articolo raccontato come, dovendo rispondere alla domanda “Serve la filosofia alla scienza?” in una conferenza tenuta alla London School of Economics, per ribattere anche a chi riteneva che essa fosse del tutto inutile, come Hawking e Weinberg, abbia cominciato a studiare e si sia imbattuto in chi il tema lo aveva già svolto: Aristotele, che nella sua opera giovanile, il Protrepticus, ha portato argomenti sull’utilità della filosofia per la scienza che sono ancora attuali, sicché – con onestà e modestia di cui bisogna dargli atto – Rovelli concludeva che – cito a memoria – «Per la mia conferenza, bastava copiarli e aggiornarli un po’».

Così un filosofo vissuto nel IV secolo avanti Cristo, cioè circa 2400 anni fa, ha elaborato gli argomenti che hanno permesso a un fisico del XXI secolo di rispondere adeguatamente ad altri fisici dello stesso secolo. Aristotele gli ha fornito una traccia, delle idee, su cui ha poi lui stesso costruito, elaborando altre idee, andando avanti su quella base e quindi evitando di fare lavoro inutile, magari per arrivare a scoprire l’acqua calda col ripetere, senza averne consapevolezza, tesi già note, beandosi della convinzione di averle escogitate lui per primo e quindi adagiandosi sui propri allori.

È importante notare che è stato uno scienziato, non un filosofo, a riconoscere la validità degli argomenti di Aristotele, al punto da proporli per rispondere ad altri scienziati. E ciò significa che è possibile trovare nei filosofi, persino quelli ormai consegnati alla storia lontana, ancora spunti e riflessioni che ci sono utili e che servono per non partire da zero, per nutrire le nostre riflessioni presenti.

La filosofia, rispetto alla altre discipline scientifiche, potrebbe dare l’impressione di mancare di quel rigore che invece caratterizza le altre scienze, di un cominciare sempre d’accapo. In fin dei conti, il fatto che ancora si possa trovare utile quanto detto da Aristotele, non dimostra che siamo al punto in cui eravamo al suo tempo? Nessuno scienziato o biologo o astronomo, troverebbero oggi utili le conclusioni di Linneo, di Tolomeo o dello stesso Aristotele.

Questa domanda richiede una risposta articolata. Innanzi tutto è la mancanza di rigore della filosofia un suo limite o non rappresenta forse una sua virtù? C’è stato nel recente passato un movimento molto importante, detto di “filosofia scientifica”, che voleva rendere la filosofia una disciplina “rispettabile” come le altre scienze e che riteneva potesse questo obiettivo ottenersi grazie alla sua logicizzazione, così come la matematica aveva trasformato la filosofia naturale del Rinascimento nella moderna fisica matematica, innanzi tutto con Galileo. Il principale iniziatore ed esponente di questo indirizzo è stato Bertrand Russell.

Eppure lo stesso Russell non voleva con ciò sostenere che tutta la filosofia potesse ridursi a scienza, ma anzi sosteneva che il suo pregio consiste nel fatto di non avere nessuna “utilità”, e più esattamente non quel genere di utilità che ha la fisica per l’uomo pratico. Essa è utile indirettamente, attraverso l’effetto che ha sulla vita di coloro che la studiano, in quanto il suo valore non dipende dal fatto che essa ci fornisca un insieme di conoscenze determinate e precise, ormai consolidate e “definitive”, ma va cercato proprio nella sua incertezza: suggerisce molte possibilità, allarga i nostri orizzonti, ci libera dai pregiudizi e dalla consuetudine, scuote il dogmatismo e tiene desta la nostra meraviglia col mostrarci cose familiari sotto un aspetto inconsueto.

Come egli afferma, in una mia libera parafrasi, la grandezza degli oggetti che la filosofia contempla ci libera dalla meschinità degli scopi personali, allarga il nostro io, facendoci cittadini dell’universo. Io aggiungerei che essa – specie se studiata da un punto di vista storico – permette di trasformare ciò che ci appare come natura, in cultura: capiamo che nulla è un dato, fissato ab aeterno e calatoci dall’alto, ma che è il frutto di una costruzione umana, di una storia, di tradizioni, di discussioni e dibattiti, di idee che si sono trasmesse, di uomini che hanno dialogato e trovato diverse soluzioni. Il fatto che essa affronta sempre nuovamente i medesimi problemi è il modo in cui ci mette in contatto col pluralismo delle visioni del mondo, delle comunità che in esso vivono, delle idee che la gente si è formata nel corso dalla storia e costruendo la propria tradizione. E ci permette di comprendere gli altri perché capiamo innanzi tutto che le nostre idee non sono incastonate nel cielo immutabile delle stelle fisse, ma sono umane, troppo umane (direbbe Nietzsche).

In questa luce le eterne questioni della filosofia, il suo ritessere sempre continuamente la stessa tela, non è una vana ripetizione dell’identico, non il vaneggiare di una cervello ubriaco di argomenti, ma piuttosto il riflesso della plurale ricchezza delle riflessioni umane, l’impossibilità di chiuderle, di “zipparle”, in una formula dogmatica, di accedere a una visione fondamentale ed esclusiva della vita.

In questo modo sembrerebbe quasi che la filosofia non abbia interesse per la Verità, che ciò a cui giunge non è la conoscenza, ma una sorta di prismatica collezione di opinioni differenti. Così non si rischia di smarrire il senso più profondo con cui la filosofia è nata alla storia?

Niente affatto. Nel momento in cui ho sostenuto e ritengo che sia impossibile realizzare l’obiettivo che si era posto la filosofia scientifica, con ciò non voglio negare la legittimità di pervenire alla Verità da parte della filosofia, quella verità che si vuole ritenere superiore a tutte le verità specialistiche e particolari che ci vengono fornite dalla scienze. Ritengo solo che tale Verità non possa essere espressa all’interno del discorso, che rimane pur sempre umano e sottoposto alle molteplici influenze delle circostanze e delle tradizioni, oltre che limitato e sempre potenzialmente equivoco.

Ci sono infinite vie per raggiungere la Verità – così come sanno bene coloro che hanno riflettuto sul senso profondo delle religioni politeistiche o come avviene nella tradizione indù con i sei darshana –, anche se essa è unica. Ma una volta raggiunta la Verità, il discorso che pretenda di formularla in modo esaustivo si trasforma immediatamente in dogma, rivela la limitatezza di essere un mezzo umano e cade nelle demonìa delle infinite possibilità interpretative, così come Schlick ha sostenuto per i pur intersoggettivi e apparentemente inecquivoci enunciati protocollari. Dunque, pluralismo dei cammini, unicità del Vero; ma impossibilità di fare del Vero una dottrina; solo le parziali verità ottenute dalle singole scienze sono enunciabili all’interno del discorso, e non sempre in maniera del tutto satura. Infatti, anche nella scienza – se si supera una sua visione mitica – vi sono dibattiti, controversie, incertezze che spesso hanno bisogno proprio del ricorso alla filosofia per essere risolti.

Si veda quanto sta avvenendo ad esempio, per la teorie delle stringhe, la cui crisi – a detta di un eminente fisico come Lee Smolin – dipende dall’aver trascurato i problemi filosofici che ne stanno alla base, diversamente da quanto fatto dai grandi fisici del passato la cui fisica era motivata da problemi filosofici e i cui quesiti erano discussi alla luce della tradizione filosofica. O si veda quanto dice il fisico giapponese Michiu Kaku, quando sottolinea come sia stato l’utilizzo dei testi filosofici di Hegel ed Engels da parte del gruppo di fisici giapponesi intorno a Shoichi Sakata a suggerire loro la teoria della materia come un insieme infinito di sottolivelli o mondi dentro mondi (teoria a cipolla).

Infine, mi faccia concludere con una osservazione. Studiare Platone, Aristotele, Spinoza o Kant non serve solo per ricordarne e riutilizzarne gli argomenti, ma soprattutto a creare un abito di rigore nel ragionamento, nell’abituare la mente a esplorare ipotesi diverse, a non abbandonarsi alla falsa naturalezza delle opinioni e delle culture, assunte come eterne e immutabili. Ma aggiungerei che, allo stesso modo, dimostrare i teoremi della geometria euclidea o quelli di analisi, non serve perché domani saranno utilizzati nella professione o perché poi saranno ricordati all’università: qui si ricomincia ex novo e nella vita adulta è oro che cola se ancora si riescono a fare le divisioni con la virgola. No, tutto ciò serve perché dimostrando si impara a dimostrare e si apprende, in modo naturale e osmotico, a svolgere un argomento deduttivo e a riconoscere quando un ragionamento è corretto o meno.

Non quindi arie e discorsi astratti sulla logica, del tutto inutili se non associati alla logica concreta, incarnata dei ragionamenti reali, quelli fatti da matematici e filosofi innanzi tutto. È così che si edifica un “abito mentale” che poi si applicherà sempre nella vita, anche quando si ragiona di politica. Ma così come da un computer e dal suo software non si ricava nulla se non vi si immettono dei dati, delle informazioni, così anche la mente logicamente più istruita e formata a nulla di originale giunge se in essa non sono immessi dei dati, che in questo caso sono idee, conoscenze, esperienze: quelle che hanno avuto gli altri uomini e che sono state depositate in monumenti materiali e cartacei, conservati in biblioteche e siti archeologici.

Il più bravo dei matematici finirà per ragionare a vuoto – o esprimere banali opinioni tratte dai luoghi comuni dell’ambiente in cui vive – quando va al di là del proprio campo specialistico, se non si nutre di idee, se non si impregna di tutta quell’esperienza umana che è consegnata nei classici e nella cultura in genere, in quella umanistica in particolare, nella filosofia in modo ancora più specifico. Ma per far ciò deve avere l’umiltà di riconoscere che anche in letteratura, in filosofia o nell’arte v’è un rigore, un metodo di studio, una tradizione, uno specialismo che bisogna riconoscere, conoscere e rispettare; che non si può ignorare senza poi pagarne pegno; bisogna avere l’umiltà, appunto, di mettersi a studiare, leggere, informarsi e quindi lasciarsi saturare dell’umanità e dei suoi pensieri, passati e presenti.

Solo in tal modo si potrà avere un cittadino pienamente consapevole e non fuscello sballottato dai venti delle diverse opinioni o preda dei demagoghi di turno.

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