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Intervista a Paolo Lepri in occasione della Giornata Mondiale per porre fine all'impunità per i crimini contro i giornalisti


foto Lepriperarticolo

2 nov - Oggi si celebra la giornata Mondiale per porre fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti. Per l’occasione, abbiamo intervistato Paolo Lepri, redattore capo e responsabile delle Idee e delle Opinioni del Corriere della Sera, di cui è stato capo della redazione Esteri (2006-2011) e corrispondente da Berlino (2011-2015). 

 Signor Lepri, quale è per lei il significato di questa data?

Vorrei in primo luogo sottolineare che questa giornata, proclamata con la risoluzione approvata dalla 68° assemblea generale delle Nazioni Unite, porta giustamente all’attenzione un concetto-chiave, che è purtroppo il filo conduttore di tutti i reati commessi contro i giornalisti: l’impunità. Tutto comincia da questo. Le violenze contro i rappresentanti della stampa libera, in molte parti del mondo, non potrebbero esistere se chi le commette non sapesse di poter evitare di rispondere delle proprie azioni grazie a complicità, connivenze, tolleranze. Anzi, spesso i reati contro i giornalisti sono commissionati o incoraggiati dalle stesse autorità che dovrebbero essere chiamate invece a giudicarli e punirli. E’ necessaria quindi una vigilanza sempre maggiore ed è sempre più indispensabile un controllo attento da parte degli organismi internazionali sulle leggi, o sulla mancanza di leggi, che rendono possibile o permettono l’impunità. Il fenomeno dell’impunità è perfino più grave, a volte, degli stessi reati perché si lega direttamente, più in profondità, alla negazione della libertà di stampa. Il fatto, poi, che questi crimini restino sostanzialmente impuniti impedisce qualsiasi tipo di deterrenza. Gli stessi giornalisti, infine, possono essere intimiditi e costretti al silenzio dalla percezione del rischio di poter essere colpiti impunemente. 

C’è un modo di limitare i reati contro i giornalisti?

Gli attacchi contro i giornalisti sono il termometro dell’indice di democrazia di un Paese. Restringere gli spazi di libertà ed evitare di rispondere alle domande di apertura delle società provoca un clima in cui sono più possibili i reati contro i rappresentanti della stampa. Se questo è vero, è quindi necessaria una forte pressione internazionale dovunque si creino situazioni in cui prevalgano segnali di chiusura e di controllo delle opinioni. Nessuno può sfuggire alla sue responsabilità. Ma tutto ciò non basta: la comunità internazionale deve riuscire a ottenere il rispetto della legalità, deve ricevere garanzie precise che il lavoro dei rappresentanti dei media sia protetto, deve porre le condizioni perché siano disarmati gruppi e fazioni che hanno paura del lavoro della stampa o vogliono farla tacere con la violenza. In questo quadro l’organizzazione delle Nazioni Unite, a tutti i livelli, ha un grande compito da svolgere.

Secondo lei quale è il pericolo maggiore che dobbiamo affrontare?

Il pericolo è che il virus dell’anti-politica e dell’anti-democrazia – spesso non combattuto con sufficiente determinazione – porti con sé sempre di più un’insofferenza aggressiva nei confronti della libera informazione che può ispirare gli atti di violenza. Il grande paradosso della nostra epoca e che in alcuni contesti i giornalisti vengono attaccati perché ritenuti complici del “potere” mentre in altri contesti, al contrario, vengono attaccati dal “potere” che teme che il loro lavoro possa pregiudicare la propria sopravvivenza. In entrambi i casi sono i giornalisti le vittime: il rischio è che questo paradosso porti maggiori violenze.

A chi pensa, in particolare, riflettendo sulla giornata del 2 novembre?

Naturalmente a tutti i giornalisti, nessuno escluso, che sono stati oggetto di crimini o anche perseguitati per le loro idee. Ma vorrei personalmente ricordare, in occasione di questa data, il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, collaboratore di testate giornalistiche, che è stato barbaramente torturato e ucciso nel gennaio del 2016 in Egitto mentre stava realizzando una serie di inchieste indipendenti. Esistono molte ragioni per pensare, purtroppo, che i responsabili e di questo efferato delitto non pagheranno mai per la loro colpa. 

SDG Poster 2018 2

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