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L'ONU e il peacebuilding: un focus rafforzato sulla prevenzione dei conflitti

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28 lug – Uno dei pilastri su cui poggia l’azione dell’ONU è il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Negli ultimi anni, l’architettura e l’azione istituzionale delle Nazioni Unite in tema di conflitti hanno subito profonde trasformazioni, testimoniando un focus sempre più marcato sul peacebuilding - l’idea, cioè, sottolineata da Oscar Fernàndez-Taranco, Delegato del Segretario Generale ONU e capo dell’Ufficio di supporto per il Peacebuilding, che i Paesi esposti a un conflitto ricevano sostegno durante tutte le sue fasi e che, soprattutto, siano messi nelle condizioni di prevenirlo.

Tali trasformazioni nell’approccio del sistema ONU ai conflitti che spesso minacciano dall’interno le società, esponendo le generazioni presenti e future agli effetti devastanti e durevoli della violenza, richiedono azioni coordinate e coerenti da parte di tutti gli attori istituzionali coinvolti. Si tratta di un radicale cambio di passo recepito dalle Risoluzioni storiche adottate dal Consiglio di Sicurezza e dall’Assemblea Generale (S/RES/2282 and A/RES/70/262), secondo cui la prevenzione dei conflitti si articola in azioni trasversali a tutte le dimensioni d’intervento delle Nazioni Unite: pace e sicurezza, diritti umani e sviluppo.

Le risoluzioni hanno inoltre re-interpretato il ruolo della Commissione per il Peacebuilding, un organismo intergovernativo tradizionalmente incaricato degli sforzi di peacebuilding insieme all’Ufficio di Supporto e al Fondo dedicati. All’interno del sistema ONU, la Commissione, affiancando il Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale e l’ECOSOC, svolge un ruolo di coordinamento indispensabile per azioni tese a garantire pace e sicurezza, includendo donatori internazionali, istituzioni finanziarie internazionali, governi, organismi sovranazionali e Paesi che contribuiscono con personale specializzato. Grazie a tale configurazione istituzionale, la Commissione è specialmente adatta a favorire una risposta congiunta tempestiva e multidimensionale alle prime avvisaglie di un conflitto.

Ciò segna il superamento della nozone tradizionale di peacebuilding verso una concettualizzazione che contempla non più solo una piattaforma di dialogo tra portatori di interessi e rappresentanti delle parti in causa, ma anche interventi come il disarmo, il sostegno all’organizzazione di elezioni nazionali, la fornitura di acqua e altri servizi essenziali, oltre alle creazione di opportunità lavorative per le comunità locali.

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Rimarcando l’importanza di azioni coordinate in un ampio spettro di situazioni associate ai fenomeni di polarizzazione e conflitto sociale, Oscar Fernàndez-Taranco ha detto: “Siamo in grado di produrre un impatto quando lavoriamo insieme agevolmente attraverso tutte le dimensioni e i pilastri di cui è costituita l’ONU”. ““Oggi, nessun paese da solo può gestire le proprie priorità ed esigenze nell’ambito del peacebuilding se non lavorando con i Paesi confinanti e le organizzazioni regionali.”

Un esempio recente è la Guinea-Bissau, tra i 20 Paesi più poveri al mondo, emerso dal conflitto civile nel 1999, e sin da allora alle prese con disordini e instabilità politica, in cui è definitivamente ripiombato nel 2015 ad appena un anno dal ristabilimento dell’ordine costituzionale. Il Paese, oltre ad essere affetto da profonda fragilità istituzionale, è anche zona di attività illecite legate al traffico di droga. In proposito, la Commissione per il Peacebuilding lavora con il governo per il rafforzamento delle istituzioni e dello stato di diritto in collaborazione con l’Unione europea e la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS).

 

Leggi l'approfondimento nella sezione news del sito ONU

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