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10 punti sulla crisi dei rifugiati siriani: parla Amin Awad dell'UNHCR

 Awad Amin Syriainsights

17 mar - Il mese di marzo segna il sesto tragico anniversario della crisi siriana. Nel suo lavoro, Amin Awad, Coordinatore Regionale per i rifugiati per la Siria e l’Iraq (UNHCR), è stato interpellato più volte sulla crisi dei rifugiati. Quest’articolo riprende un suo intervento, volto a fornire alcune risposte.

1) Sul tema del trattamento e della percezione comune sui rifugiati, il mondo si trova a un bivio. La crisi siriana ha riconfigurato il modo in cui ci identifichiamo, dimostriamo solidarietà o, viceversa, disconosciamo e respingiamo i bisogni dei rifugiati. Assistiamo a questo fenomeno in numerosi paesi del mondo, dove ogni giorno emergono nuovi sviluppi rispetto alle leggi sui rifugiati, alla chiusura delle frontiere e alle decisioni della politica. Il modo in cui decidiamo di rispondere alla crisi attuale è in grado di determinare il futuro della protezione internazionale e della risposta umanitaria.

2) Vi è una distinzione legale tra rifugiati e migranti. Le parole contano. Un rifugiato è un individuo che, a causa di fondati timori di persecuzione sulla base della razza, della religione, della nazionalità e dell’appartenenza a un gruppo sociale o a un’opinione politica particolari, si trova fuori dal suo paese e non può o, a causa di tale timore, non è disposto ad avvalersi della protezione di quel paese. La Convenzione di Ginevra garantisce a tali individui la protezione internazionale, e i rifugiati non dovrebbero ricadere erroneamente nella categoria dei “migranti”.

3) Nonostante continui appelli, le agenzie ONU sono ancora gravemente sottofinanziate. Vi è talvolta la percezione che l’ONU sia un’entità ben finanziata, persino sovrafinanziata. Tutto ciò è lontano dal vero. Nel 2015 l’appello inter-agenzie per il Regional Refugee and Resilience Plan (3RP) era finanziato solo per il 62%.

4) I movimenti drammatici verso l’Europa sono legati all’attuale insufficienza di fondi. L’UNHCR e i suoi partner identificano sette ragioni principali dei movimenti di rifugiati al di fuori della loro regione: perdita di speranza sulla prospettiva di una soluzione politica al conflitto; percezione di insicurezza e vulnerabilità; condizioni di povertà sempre più gravi nei paesi di primo asilo; opportunità di vita limitate e assenza di lavoro; carenze di aiuti; impedimento al rinnovo della residenza legale; opportunità d’istruzione limitate.

5) Solo l’1% dei rifugiati viene reinsediato dall’UNHCR in paesi terzi, e coloro che vengono rieinsediati sono sottoposti a stringenti controlli di sicurezza. La maggioranza degli attuali 20 milioni di rifugiati nel mondo vive in paesi in via di sviluppo e a medio reddito confinanti con stati in conflitto – paesi come Turchia, Giordania, Libano, Pakistan, Etiopia e Kenya. Attualmente, molti paesi non hanno attivi schemi di reinsediamento, ed è a questi che l’UNHCR fa appello perché diano avvio ad appositi programmi.

6) I rifugiati possono apportare benefici ai paesi che li ospitano e alle economie locali. Spesso i rifugiati sono descritti come un peso per i paesi ospitanti, ma diversi studi mostrano che, se vengono date loro le giuste opportunità, essi possono essere un vantaggio e non un peso per i paesi che li accolgono, fornendo forza lavoro e contribuendo alla crescita economica.

7) Non c’è stato periodo più difficile di questo per i rifugiati. L’UNHCR ha celebrato il suo 65° anniversario il 14 dicembre scorso. Ad oggi, l’Agenzia ONU rileva che ci sono più di 18 milioni di sfollati nel Medio Oriente e nel Nord Africa, che comprendono 5.390.000 rifugiati e richiedenti asilo, e 12.855.000 sfollati interni. A causa dei numerosissimi conflitti presenti in tutto il mondo, il numero dei rifugiati è cresciuto rapidamente, e l’assistenza finanziaria non riesce a soddisfare le attuali necessità.

8) Non c’è stato periodo più difficile di questo per gli operatori umanitari. Gli operatori umanitari non hanno mai affrontato rischi per la sicurezza così alti come quelli che fronteggiano oggi, minacciati globalmente dai gruppi estremisti, che hanno cambiato il contesto in cui il personale dell’UNHCR si trova ad operare.

9) Una crisi dei rifugiati dura mediamente diversi anni. Molte persone credono che l’emergenza legata alla crisi dei rifugiati possa durare solo da sei mesi a un anno, ma prima che i rifugiati tornino nelle loro case in genere passano diversi anni. Gran parte dei 60 milioni di sfollati in tutto il mondo attualmente vive in situazioni di sfollamento prolungate, e ha ancora bisogno di assistenza e aiuto. Per questo è necessario programmare un’assistenza umanitaria che sia di lungo termine.

10) Infine, guardando indietro nella storia, vediamo che frontiere e menti chiuse non hanno mai portato né al progresso, né hanno cambiato questo pianeta in meglio. I nuovi spostamenti di popolazioni, compresi quelli che affondano le loro radici nella tragedia, possono portare a nuove idee e a nuovi sogni. Perciò, a coloro che dicono di “chiudere le frontiere” dico che una politica basata sulla chiusura e l’esclusione non solo è sbagliata legalmente, economicamente e moralmente, ma è anche un approccio molto miope, che non ci farà progredire. Quando saremo coraggiosi abbastanza da vedere nei nuovi spostamenti di popolazioni delle opportunità piuttosto che delle minacce, le possibilità di crescita umana e di innovazione saranno senza limiti.

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