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Giornata mondiale della radio - Intervista ad Antonio Preziosi, giornalista Rai a Bruxelles

Antonio Preziosi - Photo Credit: Emmenews.com

12 feb - In occasione della Giornata mondiale della radio, UNRIC Italia ha intervistato Antonio Preziosi, nuovo corrispondente Rai a Bruxelles e direttore di Rai Radio Uno e Giornale Radio Rai dal 2009 al 2014. 

Antonio Preziosi, lei ha percorso gran parte della sua carriera giornalistica nella radio ed ha diretto per cinque anni il primo canale radiofonico italiano. Che idea si è fatto di questo mezzo, delle sue potenzialità di sviluppo anche in quest’epoca digitale?

Ho iniziato a fare la radio quando avevo dodici anni in una piccola emittente locale del sud Italia. Era il periodo delle cosiddette “radio libere” ed io conducevo un programma musicale per bambini. Da quel momento la passione per la radio non mi ha mai lasciato.  Erano gli anni in cui si cantava “Video killled the radio star”. Eppure la radio era viva, forte e vivace. Esattamente come lo è adesso. Pur essendo il più antico dei grandi mezzi di comunicazione tecnologica, la radio conosce oggi una seconda giovinezza. Per lei la rete non è un rischio, ma una straordinaria opportunità. Oggi la radio non si ascolta soltanto dalla vecchia cara radiolina o dall’autoradio. Ma corre sui pc, sui tablet, sugli smartphone. La giovinezza della radio poi la si sperimenta nella fruizione in movimento. Nessun altro strumento di comunicazione gode di questa flessibilità. Per non parlare della moltiplicità dei generi: la radio informa, intrattiene, fa pensare. Alleggerisce le tue giornate o ti regala incredibili momenti di profondità. I tre ingredienti della giovinezza della radio sono dunque questi: la flessibilità tecnologica, la fruibilità in ogni luogo e la molteplicità dell’offerta. Questo fa di lei uno strumento non solo immortale, ma dotato di eterna giovinezza.

Lei ha lanciato alcuni anni fa un progetto per la creazione di una “Radio Europea”. Di cosa si trattava e cosa è stato di quel progetto? A cosa servirebbe una “Radio Europea”?

E’ una idea che lanciai ad un convegno e che poi ho ripreso nel mio libro “Radiocronaca di una crisi” nel quale, parlando della ultima drammatica crisi economica, sottolineavo l’importanza della radio come strumento per diffondere una informazione chiara, completa ed immediata sulla situazione economica europea. Da questa mia idea si sviluppò un ampio dibattito internazionale che mise proprio al centro la radio, come strumento necessario per consolidare il processo di identità europea. Alcuni ingredienti di quel progetto? Un servizio pubblico radiofonico europeo, la realizzazione di un giornale radio multilingue con una organizzazione delle notizie su scala europea, la realizzazione di un “europalinsesto” capace di parlare a tutti, ma proprio a tutti, i cittadini dell’Unione. Sono convinto che questo sogno, che è già uscito da qualche anno dal cassetto, possa nel futuro diventare realtà. E sono certo che questa mia esperienza di corrispondente da Bruxelles mi offrirà molti stimoli di riflessione nuova per arricchire quel progetto. L’Europa, ad esempio, ha bisogno della radio per comunicare se stessa.

Nel suo messaggio per la giornata mondiale della Radio il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon dice tra le altre cose che la radio può rappresentare in tempi di crisi o in situazioni di emergenza un vero e proprio “strumento vitale”. Esiste una funzione sociale della radio?

La “socialità della radio”, soprattutto quando è espressione del servizio pubblico, è un concetto consolidato e di grandissimo valore. Accennavo, a proposito della crisi economica, al compito svolto dalla radio nel raccontare cause, cronaca ed effetti di questa crisi, che si è potuto illustrare ai radioascoltatori offrendo loro una sorta di “cassetta degli attrezzi” per comprenderla meglio e quindi per difendersene. Oppure ricordo, ad esempio, il ruolo che la radio pubblica italiana svolse – quando ero bambino – in momenti drammatici come il terremoto in Irpinia e Basilicata all’inizio degli anni '80. Naturalmente gli esempi potrebbero moltiplicarsi e diventare tantissimi. Quando dirigevo la prima radio italiana ho lanciato la campagna “Una radio per l’Afghanistan” in un momento molto delicato per quella regione del mondo. Oggi la radio potrebbe avere una importantissima funzione, ad esempio, nel racconto delle storie di migranti, sempre con l’obiettivo di consolidare una cultura dell’accoglienza e di favorire nuove forme di coesione. Parafrasando san Francesco, mi piace parlare di una “Sorella Radio”. E le confesso che questo è il titolo di un programma che porto chiuso in un cassetto. Magari un giorno arriverà il momento di tirarlo fuori.  

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