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Indice
Retroscena
Interventi politici e diplomatici
Sanzioni del Consiglio di Sicurezza
Operazioni di peacekeeping
Comando dell’operazione ibrida
Gli interventi umanitari
Diritti umani
Corte Penale Internazionale
Ambiente
Operazioni di peacekeeping Nord-Sud
Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
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Le Nazioni Unite e il Darfur


NOTA INFORMATIVA
(versione PDF)


Retroscena


 Si stima che oltre 200.000 persone siano state uccise e almeno 2 milioni cacciate dalle loro case nel Darfur, in seguito all’esplosione, nel 2003, del conflitto tra le forze del governo del Sudan, i miliziani filogovernativi Janjaweed e altri gruppi armati ribelli. Da allora hanno dilagato e sono ancora in corso atrocità, come uccisioni di civili e stupri di donne e bambine, contro le quali è urgente intervenire.

Da quando le Nazioni Unite hanno dato l’allarme sulla crisi nel Darfur nel 2003, la ricerca di una soluzione durevole è diventata una delle massime priorità per il Consiglio di Sicurezza e per due consecutivi Segretari Generali. Oltre a essere in cerca di una soluzione politica, le Nazioni Unite e i loro partner stanno dando vita nel Darfur e nei campi profughi del Ciad e della Repubblica Centrafricana (RCA) alla più vasta operazione umanitaria a livello mondiale. Parallelamente, gli esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno raccolto dati sugli abusi e monitorato gli interventi attuati dai tribunali locali per assicurare i colpevoli alla giustizia.

Sotto gli auspici dell’Unione Africana (UA) e col sostegno delle Nazioni Unite e di altri partner, il 5 maggio 2006 è stato firmato l’Accordo di Pace per il Darfur (DPA), mentre proseguono intense trattative diplomatiche e politiche per coinvolgere nel processo di pace i paesi non firmatari. Le Nazioni Unite hanno inoltre fornito assistenza logistica e tecnica agli osservatori dell’UA inviati nel Darfur a partire dal 2004 e hanno ideato, adattato e stanno ora attuando progetti per un’operazione multidimensionale di peacekeeping.

In accordo con la decisione presa il 16 novembre 2006 nelle consultazioni di alto livello ad Addis Abeba, cui hanno partecipato l’ex Segretario Generale, cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, rappresentanti del governo del Sudan, l’UA e altri stati e organizzazioni politicamente influenti nella regione, e alcuni paesi che hanno contribuito militarmente alla Missione dell’Unione Africana in Sudan (AMIS) – il Dipartimento per le Operazioni di Peacekeeping delle Nazioni Unite (DPKO) ha strutturato un piano in tre fasi per potenziare l’AMIS e creare per la prima volta un contingente di pace congiunto UA-ONU. Intense attività diplomatiche pubbliche e private messe in atto dal Segretario Generale Ban Ki-moon e da numerosi protagonisti della comunità internazionale hanno condotto all’accettazione di questo contingente da parte del Sudan nel giugno del 2007.



Le Nazioni Unite e il Darfur

Interventi politici e diplomatici

La ricerca di una soluzione politica alla crisi nel Darfur è tra le massime priorità del Segretario Generale, che ha lavorato attivamente con tutte le parti interessate nella regione e nella più ampia comunità internazionale.  Sulla questione ha inoltre discusso regolarmente col presidente sudanese Omar al-Bashir, incontrandolo anche di persona il 29 gennaio 2007 ad Addis Abeba e nuovamente il 28 marzo 2007 a Riyad, in Arabia Saudita.

Il suo inviato speciale nel Darfur, Jan Eliasson, in carica dal dicembre del 2006, è impegnato in un’intensa attività diplomatica per ottenere progressi politici, insieme alla sua controparte UA, Salim Ahmed Salim. I parametri che guidano i loro sforzi sono mettere un termine alla violenza, garantire un rafforzato cessate il fuoco attraverso gli operatori di pace, ottenere miglioramenti nella situazione umanitaria e porre fine alla marginalizzazione del Darfur tramite un accordo globale di pace, che preveda disposizioni di condivisione del potere politico e della ricchezza.

Il 9 giugno 2007 gli inviati speciali hanno presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il loro percorso verso la pace nel Darfur. Il piano di pace si compone di tre fasi: la prima consiste nell’unificare tutte le operazioni di pace in corso; la seconda in attività di diplomazia a Khartum e presso i paesi non firmatari del DPA del 2006; la terza in negoziati di pace, il cui inizio è previsto per l’estate, secondo le dichiarazioni di Eliasson, il quale ha fatto seguito agli appelli del Segretario Generale affinché tutte le parti cessino gli scontri a fuoco e gli attentati terroristici per creare un’atmosfera favorevole alle trattative.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha inviato alcuni suoi membri a Khartum per incontrare il presidente al-Bashir il 17 giugno 2007 e chiedere l’accettazione esplicita di tutti gli elementi previsti dall’operazione di pace ibrida. Nell’occasione, gli inviati hanno lasciato intendere che avrebbero raccomandato il finanziamento dell’operazione congiunta, dopo aver ricevuto garanzie che strutture e sistemi di comando e controllo sarebbero stati forniti dalle Nazioni Unite.

Dal 3 al 5 agosto 2007, i rappresentanti dei movimenti ribelli non firmatari degli accordi di pace per il Darfur si sono dati appuntamento a Arusha, Tanzania, per partecipare ai colloqui presieduti dagli Inviati Speciali. Hanno ribadito il loro impegno per la Road Map e hanno contribuito alla presentazione di una piattaforma comune sulla suddivisione del potere e della ricchezza, sugli accordi per la sicurezza e per le questioni umanitarie e territoriali in vista dei negoziati conclusivi che si terranno verso fine anno. I non firmatari convengono sul fatto che le parti che non hanno partecipato agli incontri di Arusha potranno sottoscrivere la piattaforma comune in un secondo tempo. Gli Inviati Speciali hanno accolto con favore i risultati dei colloqui di Arusha e ora si stanno consultando il Governo del Sudan e altri soggetti interessati.

UNAMID

Il 31 luglio 2007, il Consiglio di Sicurezza ha adottato all’unanimità la risoluzione 1769 che autorizza la formazione dell’UNAMID sotto il Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, per un periodo iniziale di 12 mesi. La protezione della popolazione civile rappresenta il principale impegno previsto dal mandato, unitamente a un contributo nel garantire la sicurezza delle operazioni di assistenza umanitaria, il monitoraggio e la verifica della messa in atto degli accordi, un supporto al processo politico globale, un contributo alla promozione dei diritti umani e del principio di legalità, monitorando e relazionando sulla situazione lungo la frontiera con il Ciad e la Repubblica Centrale dell’Africa. La Missione UNAMID oltre al suo quartier generale in El Fasher e  ai centri di comando settoriali in El fasher, El Geneina e Nyala, avrà a disposizione anche 55 sedi di dispiegamento nei tre stati del Darfur.

Nel discorso pronunciato davanti al Consiglio di Sicurezza in seguito all’adozione della risoluzione, il Segretario Generale ha dichiarato che con la realizzazione di UNAMID “è stato lanciato un segnale forte e chiaro del nostro impegno per migliorare la vita della popolazione del Darfur e per chiudere questo capitolo drammatico della storia del Sudan”. Ban ha definito la decisione “storica e senza precedenti” ma ha messo in guardia sul fatto che “solo attraverso un processo di tipo politico possiamo arrivare a una soluzione del conflitto che sia sostenibile”.

Quando si concluderà il dispiegamento delle forze e l’assorbimento dell’AMIS, la missione sarà composta da circa 20.000 soldati, oltre 6.000 poliziotti e un discreto staff civile. Nel complesso UNAMID diverrà una delle più ampie missioni ONU di peacekeeping della storia, più estesa anche delle operazioni di pace che attualmente si stanno svolgendo nella Repubblica Democratica del Congo. E’ previsto che l’amministrazione, il comando e le strutture di controllo siano operative da ottobre 2007 e che venga assunto il comando operativo dei pacchetti di supporto leggero e pesante (LSP e HSP) e della Missione dell’UA in Darfur (AMIS) entro la fine dell’anno. Il Dipartimento delle Operazioni di Peacekeeping sta facendo il possibile per garantire una predominanza all’interno di UNAMID di forze africane e impegni sono già stati presi da parte delle truppe africane e dalla polizia dei paesi contribuenti Tali promesse permetterebbero di avere a disposizione risorse chiave in settori come l’aviazione e il traporto terrestre, che restano comunque rilevanti.

Il Segretario Generale ha sottolineato il fatto che il ritmo delle operazioni di dispiegamento dipende da come il Governo del Sudan manterrà l’impegno di fornire supporto in modo incondizionato alla missione, secondo un piano in tre fasi, un tempestivo invio di personale e di materiale da parte degli Stati Membri e la disponibilità di infrastrutture e  risorse necessarie (come l’acqua, per esempio),  per permettere l’arrivo degli operatori di pace. Il Segretario Generale ha incoraggiato la comunità internazionale a mettere a disposizione i fondi e le risorse richieste per il dispiegamento dell’UNAMID in Darfur. Ban ha raccomandato agli Stati Membri delle Nazioni Unite di stanziare i fondi per la Missione in Darfur attraverso il budget consolidato delle Nazioni Unite.  



Le Nazioni Unite e il Darfur

Sanzioni del Consiglio di Sicurezza

Il 30 luglio 2004, con la risoluzione 1556, il Consiglio di Sicurezza ha imposto un embargo sugli armamenti a tutte le entità non-governative e a tutti gli individui, compresi i Janjaweed, in attività in Darfur. Il regime di sanzioni è stato ulteriormente potenziato con l’adozione della risoluzione 1591 del 2005, che ha ampliato la portata dell’embargo agli armamenti, imponendo ulteriori misure, tra cui la restrizione di movimento e il congelamento dei beni di quattro individui – due leader ribelli, un ex comandante delle forze aeree sudanesi e il capo di una milizia filogovernativa.
 


 




Le Nazioni Unite e il Darfur

Operazioni di peacekeeping

Le Nazioni Unite stanno perfezionando un piano in tre fasi per appoggiare l’AMIS e successivamente dispiegare un robusto contingente di peacekeeping in Darfur. Il piano è stato concordato il 16 novembre 2006 nelle consultazioni di alto livello di Addis Abeba e approvato in occasione dell’incontro del Consiglio Africano per la Pace e la Sicurezza tenutosi il 30 novembre ad Abuja, in Nigeria, e con la dichiarazione presidenziale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 19 dicembre 2006. Il governo del Sudan ha dichiarato ora di accettare tutte le tre fasi del piano.

L’approccio consiste in misure volte a potenziare l’AMIS, sotto forma di un pacchetto di supporto leggero (LSP), un pacchetto di supporto pesante (HSP) e un’operazione ibrida UA-ONU. Ciascuna fase ha richiesto, tra le Nazioni Unite, l’UA e il governo del Sudan, una specifica serie di accordi e intese, per raggiungere i quali le Nazioni Unite hanno avviato un complesso giro di negoziati su livello e tipo di supporto, questioni di comando e controllo e quadro normativo sotteso all’intervento. Questa operazione ibrida UA-ONU è un modello di partenariato senza precedenti all’interno delle attività di peacekeeping delle Nazioni Unite.

Il pacchetto di supporto leggero (LSP) offre sostegno alla capacità di gestione dell’AMIS e comprende 105 ufficiali, 34 consulenti di polizia e 48 civili, oltre a materiale ed equipaggiamenti. La maggior parte del pacchetto leggero era stata dispiegata a partire dalla fine di giugno del 2007, ma l’invio di veicoli corazzati da trasporto truppe era ancora in sospeso.

Il pacchetto di supporto pesante (HSP), che dovrà essere schierato nel secondo semestre del 2007, mira a sostenere l’AMIS fino al dispiegamento dell’operazione ibrida, e comprende 2250 militari, 721 agenti di polizia e 1136 civili al costo di 287,9 milioni di dollari, sostenuto dalle Nazioni Unite. La preferenza dovrà essere accordata a truppe africane, ma nel caso non fosse possibile soddisfare questa condizione, le Nazioni Unite si impegneranno a reclutare personale competente all’interno di paesi accettabili da tutte le parti interessate.

L’operazione ibrida UA-ONU è stata finalmente approvata il 12 giugno 2007 dal governo del Sudan dopo un’intensa attività diplomatica ad opera del Segretario Generale e dopo lunghe e complesse discussioni tecniche tra  Nazioni Unite, UA e governo sudanese. La forza ibrida avrà come suo mandato principale la protezione dei civili, ma dovrà occuparsi anche di contribuire alla sicurezza degli aiuti umanitari, monitorare e verificare l’attuazione degli accordi, coadiuvare il processo politico generale, contribuire alla promozione dei diritti umani e dello stato di diritto, controllare e fare rapporto sulla situazione lungo i confini col Ciad e con la RCA.

Nel momento di massimo dispiegamento, sarà composta da quasi 20.000 truppe, 6147 agenti di polizia e 4860 civili, facendone una delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite più imponenti nella storia, superiore anche all’operazione di pace attualmente in corso nella Repubblica Democratica del Congo. Ottenuta l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, il DPKO avvierà tutti gli interventi necessari per garantire che le truppe e le forze di polizia siano reclutate in prima istanza in paesi africani. Il Segretario Generale ha affermato chiaramente che la rapidità del dispiegamento dipenderà dal rispetto, da parte del governo del Sudan, degli impegni presi a fornire sostegno incondizionato al piano in tre fasi, dalla tempestiva fornitura di personale ed equipaggiamento da parte degli stati membri, e dalla disponibilità di infrastrutture e risorse, come l’acqua, necessarie per far fronte all’afflusso degli operatori di pace. Il Segretario Generale ha insistito affinché la comunità internazionale raccolga i fondi e le risorse indispensabili per dispiegare l’operazione ibrida in Darfur e, a questo scopo, ha raccomandato che gli stati membri provvedano al suo finanziamento attraverso il bilancio delle Nazioni Unite.



Le Nazioni Unite e il Darfur

Comando dell’operazione ibrida

Rodolphe Adada del Congo è stato nominato rappresentante speciale congiunto (JSR) UA-NU per il Darfur, col compito di guidare l’operazione ibrida e rendere conto sia al Segretario Generale delle Nazioni Unite sia al Presidente della Commissione UA. Sarà assistito da un vice rappresentante speciale nominato in modo congiunto e riceverà direttive attraverso il Commissario di Pace e Sicurezza dell’UA e il Vice Segretario Generale per le Operazioni di Peacekeeping delle Nazioni Unite. Il funzionamento quotidiano della forza avverrà in accordo col piano operativo concordato congiuntamente da Nazioni Unite e UA, secondo il quale, in accordo con i patti stretti ad Addis Abeba e Abuja nel 2006 e come specificato nel rapporto congiunto sull’operazione ibrida del giugno del 2007, le strutture di comando e controllo della missione saranno fornite dalle Nazioni Unite.

Il generale Martin Luther Agwai della Nigeria è stato nominato comandante della forza dall’UA, d’intesa con le Nazioni Unite, e farà rapporto al JSR. Le stesse regole varranno per il Commissario capo delle forze di polizia, una volta designato.

I Quartieri generali strategici di UA e ONU assicureranno l’effettivo svolgimento di consultazioni attraverso il Meccanismo di Coordinamento delle operazioni di supporto congiunto. Esso avrà base ad Addis Abeba, sarà formato da ufficiali di collegamento e sarà fornito di materiale per la comunicazione.


Le Nazioni Unite e il Darfur

Gli interventi umanitari


Le Nazioni Unite, attraverso le agenzie umanitarie, stanno conducendo nel Darfur il più vasto intervento di soccorso al mondo, assistendo circa 4,2 milioni di persone in difficoltà a causa della crisi in quella regione; di questi, 2,2 milioni di sfollati si trovano ancora nel territorio sudanese, mentre altri 460.000 si trovano nei campi-profughi in Ciad. Per gli aiuti al Darfur è prevista una spesa di più di 650 milioni di dollari, per il 2007; oltre 12.000 sono gli addetti agli interventi umanitari - dispiegati sul territorio per portare il primo soccorso alla popolazione colpita dalla crisi - che includono il personale di 13 agenzie delle Nazioni Unite, la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa e più di 80 organizzazioni non governative (ONG).

Negli ultimi quattro anni, il bilancio di questo poderoso sforzo umanitario è stato rappresentato da centinaia di migliaia di vite salvate e dall’abbattimento del tasso di mortalità al di sotto del livello d’emergenza; inoltre, la denutrizione è stata complessivamente dimezzata rispetto ai momenti di crisi più acuta, cioè intorno alla metà del 2004, e quasi i tre quarti della popolazione del Darfur oggi può avere accesso all’acqua potabile. Tuttavia, i continui attacchi provocano la fuga dei civili, con più di 190.000 sfollati in Darfur nei primi sette mesi. Molti campi profughi, ormai, non riescono più ad assorbire i nuovi arrivi, in un crescendo di tensione.

L’operazione umanitaria e il personale che se ne occupa sono stati bersaglio di fenomeni di violenza e ostilità sempre più frequenti. Nel giugno scorso, 69 collaboratori sono stati vittime di sequestri lampo, 37 convogli sono stati attaccati o depredati e 61 veicoli umanitari sono stati assaltati. Alcune delle principali ONG hanno deciso di abbandonare le operazioni, denunciando il clima di violenza nei confronti dei propri collaboratori.

Pur stimando che nel Darfur ci sia ancora più di mezzo milione di persone che non beneficia degli aiuti umanitari, le Nazioni Unite hanno riscontrato un miglioramento, rispetto a febbraio 2007, quando non erano raggiungibili ben 900.000 persone; i progressi, però, non sono attribuibili ad un maggior livello di sicurezza, ma agli sforzi sempre maggiori dei lavoratori delle organizzazioni umanitarie per raggiungere, con mezzi innovativi e spesso costosi, le popolazioni colpite dal conflitto. Grazie ad una pressione continua sulle autorità di Karthoum per consentire un intervento umanitario in sicurezza, nell’aprile scorso, le Nazioni Unite sono riuscite ad ottenere la sottoscrizione di un comunicato congiunto con il Governo sudanese per assicurare ed agevolare concretamente le attività umanitarie nel Darfur.

Le donazioni hanno finanziato il 62% delle operazioni di soccorso (al 15 giugno, sono stati garantiti 396 milioni di dollari dei 652 necessari), principalmente per aiuti alimentari. Altri settori, invece, non sono sufficientemente supportati dal punto di vista finanziario e necessitano di maggiori impegni. Anche a fronte del perdurante stato di non sicurezza, le Nazioni Unite e i suoi partner che si occupano di interventi umanitari, costituiscono senza dubbio per milioni di persone la speranza di sopravvivenza e protezione.



Le Nazioni Unite e il Darfur

Diritti umani

Il Governo sudanese ha acconsentito, nel luglio 2004, alla presenza di osservatori dei diritti umani delle Nazioni Unite in Darfur, quale parte della Missione delle Nazioni Unite in Sudan (UNMIS) di monitoraggio degli accordi di pace Nord-Sud. Gli osservatori hanno riferito regolarmente sulle violazioni dei diritti umani e raccomandato azioni correttive alle autorità di Karthoum.

Nell’agosto 2004, il Segretario Generale inviò nel Darfur l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Louise Arbour, e Juan Mendez, suo Consigliere Speciale per la Prevenzione dei Genocidi, a valutare la situazione sul campo e ad esortare tutte le parti in causa a porre un termine alle gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale. Il Consigliere Speciale ritornò poi nel Darfur nel settembre 2005 per verificare lo stato di attuazione delle raccomandazioni fatte a suo tempo.

Il 7 ottobre 2004 il Segretario Generale annunciò la costituzione di una Commissione d’inchiesta per determinare se si fossero compiuti atti di genocidio in Darfur. Nella sua relazione finale la Commissione concluse che, benché il Governo sudanese non avesse adottato una politica di genocidio, le sue forze armate e le milizie alleate avevano “condotto attacchi indiscriminati, inclusi omicidi di civili, torture, sparizioni forzate, distruzioni di villaggi, stupri e altre forme di violenza sessuale, saccheggi e esilii forzati”.

Concludendo che ” i delitti internazionali quali i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra commessi nel Darfur non sono meno gravi ed atroci del genocidio”, la Commissione esortava il Consiglio di Sicurezza ad agire “ contro i carnefici e per conto delle vittime”.

Il 21 aprile 2005, la Commissione per i Diritti Umani (antesignana dell’attuale Consiglio per i Diritti Umani) nominò come Inviato speciale per la situazione dei diritti umani in Sudan Sima Samar, il quale, in seguito a missioni regolari in Sudan, ha inviato rapporti scritti e orali alla Commissione (e successivamente al Consiglio) e alla Terza Commissione dell’Assemblea Generale.

Nel febbraio-marzo 2007, il Consiglio per i Diritti Umani ha organizzato una missione speciale per riferire sullo stato dei diritti umani nel Darfur. Successivamente, il Consiglio ha costituito un gruppo di esperti di diritti umani per affiancare il Governo sudanese e l’Unione Africana per rendere effettiva l’attuazione di tutte le risoluzioni e raccomandazioni relative ai diritti umani nel Darfur.

Il 20 giugno, il mandato al gruppo di esperti è stato esteso per altri sei mesi. Nella sua settima relazione sulla situazione dei diritti umani in Sudan (18 maggio), l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR) ha riferito di attacchi aerei condotti da gennaio a marzo 2007 contro la popolazione civile nel Darfur.
Il Segretario Generale ha ripetutamente portato l’attenzione del Consiglio di Sicurezza sulla violenza senza fine in quella regione e ha condannato gli attacchi ad obbiettivi civili, inclusi gli attacchi aerei ai villaggi.



Le Nazioni Unite e il Darfur

Corte Penale Internazionale

A seguito di una raccomandazione della Commissione d’Inchiesta (vedi sopra), il Consiglio di Sicurezza, nel marzo 2005, con la Risoluzione 1593, riferì la situazione nel Darfur alla Corte Penale Internazionale (ICC) e ordinò al Sudan di collaborare con le indagini svolte dalla Corte. Il 2 maggio scorso l’ICC ha emesso l’ordine di arresto per crimini contro l’umanità e crimini di guerra nei confronti del Ministro degli Interni del precedente Governo sudanese, dell’attuale Ministro per gli Affari Umanitari, Ahmad Harun, e del comandante delle milizie Janajweed, Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman.

 


Le Nazioni Unite e il Darfur

Ambiente

Stando al rapporto del 21 giugno scorso del Programma sull’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), ci sono prove che in diverse regioni del Sudan sono in atto variazioni climatiche a lungo termine, caratterizzate dalla diminuzione delle precipitazioni in modo particolarmente significativo negli stati del Kordofan e del Darfur. Secondo l’UNEP, il grado di cambiamento nel clima, registrato nel Darfur settentrionale, è praticamente senza precedenti, con impatti strettamente collegati al conflitto nelle regione stessa.

A ciò si sommano decenni di lotte sociali e di conflitti che stanno sgretolando rapidamente i servizi ambientali in diverse zone-chiave del paese. L’UNEP ha affermato che gli investimenti nella gestione dell’ambiente -finanziati non solo dalla comunità internazionale, ma anche dall’esportazione di gas e petrolio-, rivestiranno un ruolo fondamentale per la costruzione di qualsiasi processo di pace in Sudan.



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Operazioni di peacekeeping Nord-Sud


Nella primavera del 2005, l’UNMIS fu autorizzata a sostenere l’attuazione dell’Accordo di Pace Complessivo (CPA) tra il Governo del Sudan/Partito Nazionale del Congresso del Sudan settentrionale e il Movimento per la Liberazione del Popolo sudanese (SPLM), del Sudan meridionale. L’UNMIS, che ha base in Sudan, comprende un contingente di circa 10.000 militari e 600 agenti di polizia. Dal momento che, per portare a termine l’Accordo di Pace, è stato fissato un termine al 2011, è realistico pensare che verrà prorogato a tale data l’attuale mandato, in scadenza ad ottobre 2007. 




Le Nazioni Unite e il Darfur

Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza

Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sul Darfur includono: la SCR 1590 ( 2005) che ha costituito l’UNMIS; la SCR 1556 (2004) e la 1591 (2005), che hanno imposto sanzioni sul Darfur; la SCR 1706 (2006) che ha affidato all’UNMIS il mandato in Darfur ed ha autorizzato l’uso della forza; infine, la SCR 1755 (2007) che ha prorogato il mandato dell’UNMIS fino ad ottobre 2007. Successivamente attraverso la SCR 1769 (2007) é stato autorizzato il dispiegamento di una missione ibrida di ONU e Unione Africana.



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