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Discorso del Segretario Generale al Consiglio di Sicurezza sul Darfur (New York, 11 settembre 2006)

UNRIC/ITA/794/06


Signor Presidente,
Eccellenze,


la tragedia che si sta consumando nel Darfur ha raggiunto un momento critico. La questione merita particolare attenzione e urgente azione da parte di questo Consiglio di Sicurezza.


É vitale che si parli con chiarezza di ciò che sta accadendo e su cosa occorre fare per porre fine alla sofferenza di milioni di persone.


Sono molto soddisfatto di vedere l’Unione Africana, la Lega degli Stati Arabi e l’Organizzazione della Conferenza Islamica rappresentate qui oggi, ed è altresì importante che il governo sudanese abbia preso parte a questa sessione.


Signor Presidente,


abbiamo tutti avuto modo di apprendere gli ultimi e drammatici resoconti sulla ripresa della lotta tra le varie fazioni, soprattutto nel nord del Darfur. Migliaia di soldati appartenenti alle forze armate del Sudan sono state dispiegate nell’area, in chiara violazione dell’Accordo di Pace sul Darfur. A peggiorare la situazione, l’area è stata soggetta a ripetuti bombardamenti aerei. Condanno nella maniera più energica questa escalation. Il governo dovrebbe arrestare immediatamente la sua offensiva ed astenersi da qualsiasi ulteriore azione.


Questi ultimi scontri hanno arrecato ancora più miseria ad un popolo che ha già sofferto troppo.


Ancora una volta, la popolazione è stata dislocata. Il totale degli sfollati adesso ammonta a 1,9 milioni. Quasi 3 milioni di persone nel Darfur dipendono dall’aiuto internazionale per alimentazione, alloggi e trattamento medico.


La lotta ha reso molto più duro il compito degli operatori umanitari di raggiungere gli sfollati. Nel luglio scorso, le condizioni di mancata sicurezza hanno impedito al Programma Alimentare Mondiale di consegnare cibo a 470.000 persone in condizione di disperato bisogno. Lo scorso agosto il PAM ha raggiunto la popolazione del sud del Darfur, ma circa 350.000 di essi, residenti nel nord, sono rimaste tagliate fuori dagli aiuti alimentari, la maggior parte per il terzo mese consecutivo. Dal luglio 2004, da quando ho firmato un comunicato congiunto con il Ministro degli Esteri del Sudan, l’accesso non è mai stato così severamente limitato.


Gli operatori umanitari sono stati ripetutamente obiettivo di violenze brutali, di molestie fisiche e denigrazione. Molti dei loro veicoli sono stati rubati. Dodici di essi hanno perso la vita soltanto negli ultimi due mesi - molto più che nei precedenti due anni. Rendiamo onore al loro sacrificio, ma non possiamo e non dobbiamo accettare gli atti che hanno condotto a questa situazione. Al personale di soccorso deve essere consentito di svolgere il proprio lavoro in libertà e sicurezza.


Mentre l’accesso sta diventando sempre più difficile, si va dissipando quanto sul piano umanitario era stato faticosamente conquistato nei due anni precedenti.  A meno che le condizioni di sicurezza migliorino, la prospettiva che ci troveremo davanti sarà quella di dover drasticamente ridimensionare l’operazione umanitaria che voi sapete essere assolutamente necessaria. Possiamo, in coscienza, abbandonare la popolazione del Darfur a un simile destino? Può la comunità internazionale, non avendo operato abbastanza a favore del popolo del Ruanda nel momento di maggior bisogno, rimanere ora semplice spettatrice di questa tragedia che si sta consumando? Infine, avendo acconsentito appena un anno fa a quella che è stata definita una responsabilità di proteggere, possiamo ora noi contemplare il rischio di un ulteriore fallimento? La lezione è stata appresa oppure no; i principi sono stati sostenuti o tenuti in scarsa considerazione. In ogni caso non è questo il momento per una posizione di compromesso, per  mezze misure o per proseguire ulteriormente il dibattito.


Signor Presidente,



Gli ultimi scontri sono la dimostrazione della più completa noncuranza verso l’accordo di pace sul Darfur.


Quest’accordo aveva creato delle speranze che sono invece andate in frantumi. Gli sviluppi attuali stanno andando nella direzione opposta alle risoluzioni adottate da questo Consiglio, e violano gli impegni presi, compreso il non dispiegamento aggiuntivo delle forze armate sudanesi. Tale azione è legalmente e moralmente inaccettabile.


Evidentemente, coloro che hanno ordinato quest’azione credono ancora che possa esistere una soluzione militare in grado di risolvere la crisi nel Durfur. Eppure tutte le parti coinvolte avrebbero dovuto capire ormai, dopo cosí tanta morte e distruzione, che solo un accordo politico, in cui tutti gli attori siano pienamente impegnati, può portare ad una vera pace nella regione.


Come sancito nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1706, l’Accordo di Pace per il Darfur ci offre la possibilità di perseguire la pace. Nei prossimi giorni, il Segretariato delle Nazioni Unite si riunirà con gli alti funzionari della Commissione dell’Unione Africana per finalizzare un pacchetto di supporto per la Missione dell’Unione Africana in Sudan (AMIS). Anche il Dipartimento delle operazioni di mantenimento della pace (DPKO) convocherà un incontro tra paesi potenzialmente in grado di fornire truppe e personale di polizia, per discutere dell’espansione della Missione delle Nazioni Unite nel Sudan (UNMIS), nel Darfur.


Signor Presidente,


l’Unione Africana (UA) è stata molto chiara in merito alla necessità di una transizione dall’AMIS ad un’operazione di mantenimento della pace, su cui questo Consiglio ha già deliberato. L’Unione Africana è stata altrettanto chiara in merito al bisogno per l’AMIS di proseguire fino a quel momento e sulla necessità di resistere a qualsiasi tentativo di sovvertire decisioni prese con lo scopo di perseguire questi obiettivi fondamentali. La Lega degli Stati Arabi si è anche offerta di tutelare questa transizione ed ha espresso il proprio convincimento che l’AMIS dovrebbe restare fino alla fine dell’anno.


Effettivamente, non possiamo prescindere dall’AMIS. Le truppe dell’UA hanno coraggiosamente operato in condizioni molto difficili. Esse ricoprono un ruolo vitale, che continuerà fino a quando un’operazione delle Nazioni Unite sia dispiegata. Ma per il momento AMIS necessita di risorse. Ancora una volta, mi appello ai partner dell’AMIS affinchè assicurino che quest’ultima possa continuare a svolgere il proprio ruolo in questo cruciale periodo di transizione.


Ma dobbiamo essere chiari. Siamo tutti a conoscenza che il governo del Sudan ancora si rifiuta di accettare questa transizione ed il Consiglio ha ammesso che senza il consenso del governo, essa non sarà possibile.


Ancora una volta, esorto il governo del Sudan affinchè accolga lo spirito della risoluzione 1706 e acconsenta alla transizione perseguendo il processo politico con rinnovati energia e impegno. Le conseguenze dell’attuale attitudine del governo, che porterà solo e ancora più morte e sofferenza, probabilmente su scala catastrofica, verrà sentita in primis e principalmente dal popolo del Darfur. Ma lo stesso governo ne soffrirà se fallirà nella sua sacra responsabilità di protezione verso il suo stesso popolo, e ne sarà disonorato davanti agli occhi di tutta l’Africa e della comunità internazionale. Inoltre, nè coloro che decideranno tali linee di condotta, nè coloro che dovranno applicarle potranno immaginare di non esserne ritenuti responsabili.


Ma la mia sola voce non basterà a convincere il governo del Sudan. Ho ripetutamente tentato di spiegare la transizione al governo e di chiarire qualsiasi rischio di malinteso o mito. Sia in pubblico sia in privato ho messo in risalto la situazione umanitaria e mi sono appellato al senso di pragmatismo del governo. Ma è ora arrivato il momento in cui altre voci si affianchino alla mia per farsi ascoltare. Abbiamo bisogno di governi e dirigenti politici in Africa e altrove, che siano nella posizione di influenzare il governo del Sudan e di fare pressione affinchè esso agisca senza ulteriori ritardi. Ci deve essere anche un messaggio chiaro, forte e univoco che provenga da questo Consiglio. 


Signor Presidente,


questo è un momento incerto per il popolo del Darfur ma anche un momento decisivo per il Consiglio. Da oltre due anni state operando per sradicare la guerra e migliorare la situazione nel Darfur e ancora una volta ci ritroviamo sull’orlo di una nuova calamità.


L’attuale situazione è insostenibile. É tempo di agire. Non solo nel Darfur, ma dalla popolazione di tutto il mondo questo viene visto come una prova cruciale per l’autorità e l’efficienza del Consiglio di Sicurezza; la solidarietà mostrata a favore dei popoli bisognosi e la sua serietà nelle questioni di pace. Vi sollecito, vi esorto, nei termini più energici possibili di affrontare tale situazione come occorre.


Grazie.


 


 


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