Sabato, 20 Settembre 2014
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Migrazioni Internazionali – Scheda regionale: Europa Occidentale

UNRIC/ITA/789/06


Adattamenti di ampio raggio hanno preso e continuano a prendere forma nelle politiche adottate dai paesi dell’Europa Occidentale, che collettivamente superano tutte le altre regioni con 64 milioni di migranti all’interno dei propri confini nel 2005. La regione, inoltre, è seconda solo al Nord America, con  un incremento complessivo di migranti tra il 1990 e il 2005 che ammonta a 15 milioni. Coloro che oggi emigrano nell’Europa Occidentale provengono soprattutto da paesi africani, sudamericani o asiatici, e le loro fila sono integrate da lavoratori provenienti dai nuovi stati membri dell’Unione Europea, o da paesi confinanti come l’Ucraina o la Federazione Russa.


La maggior parte dei paesi nella regione hanno espresso la propria preferenza per il mantenimento degli attuali livelli di immigrazione e l’incremento di lavoratori qualificati, malgrado i timori circa l’impatto dell’immigrazione sulle identità culturali e sul mercato del lavoro e la preoccupazione per l’attraversamento illegale dei confini e i legami tra le comunità immigrate e le reali o presunte cospirazioni terroristiche. Lussemburgo, Germania, Spegna e Italia hanno recentemente compiuto dei passi in avanti nell’alleggerimento delle leggi sulla cittadinanza.
 
Nel 2004 solo il Regno Unito, l’Irlanda e la Svezia hanno deciso di estendere il diritto di libertà di movimento ai lavoratori provenienti dai 10 nuovi stati membri dell’UE, e da allora Spagna, Italia, Portogallo e Finlandia hanno rimosso delle restrizioni, mentre la Francia si è dichiarata intenzionata a procedere in tale direzione gradualmente, secondo quanto riportato dal Financial Times.


La necessità di consentire un certo livello di immigrazione nasce dell’imperativo demografico che la regione si trova ad affrontare. Il tasso di nascita è in declino e la popolazione sta invecchiando – più del 20% degli Europei occidentali sono sopra i 60 anni, una proporzione maggiore che in qualunque altra regione, secondo quanto riportato dalla Divisione Statistica delle Nazioni Unite. Il “rapporto potenziale di mantenimento” – il numero degli individui in età lavorativa a disposizione per mantenere quelli che hanno 65 anni o più – è sprofondato a 4:1. Seguendo l’andamento attuale, tale rapporto si appresta ad essere di 2:1 entro il 2050.


Secondo l’ONU, infatti, la popolazione europea si sarebbe ridotta a 4.4 milioni (-1.2 %) dal 1995 al 2000, se non fosse stato per l’arrivo di circa 5 milioni di migranti durante tale periodo. La popolazione della Germania sarebbe scesa a partire dal 1970 se non fosse stato per le ondate migratorie in entrata, oltre al fatto che, alla fine degli anni 90, l’immigrazione ha contribuito ad almeno tre quarti della cresita della popolazione in Austria, Danimarca, Grecia, Italia, Lussemburgo, Spagna e Svizzera.


L’immigrazione tuttavia non è una panacea per i problemi correlati alla crescita della popolazione e alla bassa fertilità – le Nazioni Unite prevedono che la Francia, per esempio, accoglierà 3,75 milioni di migranti tra il 2000 e il 2050, ma si troverebbe a dover far fronte all’impossibile numero di 90 milioni in quello stesso periodo se mirasse a mantenere il rapporto di mantenimento del 1995.


Nonostante ciò l’immigrazione tende a contribuire significativamente al mantenimento  del sistema pensionistico sociale, offrendo ai lavoratori la possibilità di svolgere lavori impopolari o dove vi sono insufficienze settoriali, e  stimolando la crescita economica. L’Istituto Francese di Relazioni Internazionali, per esempio, prevede una diminuzione della crescita economica nel continente nei futuri decenni, a meno che non continui un sostanziale afflusso migratorio. Un studio dell’agosto 2006 condotto dall’Università Autonoma di Barcellona e dalla Banca di stato catalana riporta che il prodotto pro capite spagnolo avrebbe subito una diminuzione negli ultimi dieci anni, invece di crescere ad un tasso annuale del 2.6%, se non vi fossero state delle migrazioni durante quel periodo.  


I paesi europei stanno adottando misure verso uno dei principali impedimenti che si frappongono alle prospettive delle comunità di migranti – basso rendimento scolastico della seconda generazione, che fa aumentare le probabilità di disoccupazione e dipendenza dalla previdenza sociale per i migranti rispetto ai non migranti. In tutta l’Unione Europea, i livelli di disoccupazione tra gli stranieri sono quasi il doppio di quelli dei cittadini europei. Per migliorare il rendimento dei migranti nel mercato del lavoro, molti dei paesi ospiti offrono dei corsi di lingua e di formazione, focalizzati spesso sulle donne migranti, le quali tendono ad avere maggiori difficoltà nel trovare lavoro. In più, paesi come l’Olanda e la Svezia offrono incentivi agli impiegati che assumono persone disoccupate da molto tempo, a vantaggio di molti migranti.


Acque pericolose
In una prospettiva più ampia, l’approccio multiculturale all’assimilazione dei migranti – che negli anni 70 ha sostituito il concetto del “melting pot”- è stato sottoposto ad una revisione critica. Negli ultimi anni si è assistito ad una rinascita di tentativi di integrare i migranti nelle culture nazionali. In un discorso dell’agosto 2006, il responsabile britannico per le comunità ha richiamato l’attenzione sulla diversità e sulla ricchezza di esperienze che il multiculturalismo ha portano nel Regno Unito, ma ha anche detto che il Governo avrebbe investigato sugli insuccessi nell’integrazione delle comunità immigrate.


Un’altra argomento di preoccupazione per il pubblico riguarda i crescenti tentativi da parte per lo più di giovani africani di aprirsi un varco via mare nei confini europei, e l’allarmante numero di decessi associati a questi viaggi della disperazione. Delle linee programmatiche di risposta sono state elaborate nel corso della conferenza del 2006 tra i paesi dell’Unione Europea e quelli dell’Unione Africana tenutasi a Rabat, in Marocco.


La riunificazione familiare costituisce il caposaldo delle ammissioni di migranti in molti dei paesi industrializzati. In Europa, le ammissioni a scopo di riunificazione familiare rappresentano più del 70% della migrazione verso la Francia nel periodo che va dal 1999 al 2002, circa il 50% di quella verso la Danimarca, Norvegia e Svezia, circa il 45% di quella verso la Svizzera, e il 40% di quella verso l’Austria e il Portogallo. Recentemente, tuttavia, il timore di un uso illecito della riunificazione familiare ha portato al restringimento della regolamentazione in molti stati dell’UE.


L’alto numeri di richiedenti asilo politico, in particolare a partire dalla fine degli anni 80, ha portato ad una successione di cambiamenti nelle politiche per rendere i controlli più rigorosi, e a partire dal 1999 si è assistito ad uno sforzo combinato per armonizzare le politiche riguardanti l’asilo politico all’interno dell’UE.


Tra i paesi con un alto numero di studenti stranieri nelle scuole superiori rientrano la Francia, la Germania e il Regno Unito. Circa il 15% degli studenti stranieri in Germania è costituito da cittadini turchi, la maggior parte di quali è probabilmente discendente di lavoratori arrivati dalla Turchia nelle precedenti ondate migratorie.



Prodotto Dal Dipartimento di Pubblica Informazione dell’ONU, in collaborazione con la Divisione per la Popolazione del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali dell’ONU.


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