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Giornata Mondiale della Radio - Intervista al giornalista di RadioRAI Paolo De Luca, 12 febbraio 2013

radio world

 

In occasione della Giornata Mondiale della Radio, che il 13 febbraio celebra l'importanza di questo mezzo di comunicazione globale, UNRIC Italia pubblica un'intervista a Paolo De Luca, capo redattore RAI che ha svolto per 25 anni, e continua a svolgere, le funzioni di inviato speciale, ed è stato corrispondente da Bruxelles dal 2007 al 2010.

 

radio

D: Viviamo nell'epoca della comunicazione globale, dominata dalle tv e da internet. In questi nostri tempi ipertecnologici c'è ancora un futuro per la radio?

   R: Credo proprio di sì. E sono convinto che il futuro della comunicazione sarà una crescente integrazione fra i vari media. Un'integrazione nella quale la radio giocherà comunque un ruolo decisivo. E' un processo già in corso nei paesi tecnologicamente sviluppati, ed è sotto gli occhi di tutti. La nostra Radio RAI, ad esempio, al pari di moltissime altre emittenti vive già nella Rete, e si integra perfettamente con internet con cui condivide la velocità e l'immediatezza. Ad esempio può essere ascoltata attraverso la Rete. Il numero delle persone che seguono le radio attraverso internet è in rapida crescita, anche se difficilmente quantificabile. Ed è un'utenza davvero globale, nel senso che le notizie trasmesse dalla nostra emittente possono essere ascoltate con la stessa facilità a Sidney o nella mia casa di Roma. Nessun media come la radio insomma può essere considerato come il simbolo della “buona” globalizzazione.

   Ma rispetto ad internet la radio ha una marcia in più. Con un piccolo apparecchio e senza bisogno di sovrastrutture tecnologiche, può raggiungere gli angoli più remoti del Pianeta. Luoghi nei quali l'informazione diffusa sulle onde della radio può talvolta fare la differenza fra la vita e la morte. Ma in certe realtà la radio può anche rappresentare qualcosa di più: un focolare intorno al quale vive e si riconosce una comunità attraverso la sua musica, i suoi eroi, i suoi ideali, le sue speranze.

   La grande flessibilità di questo medium ne fa insomma uno strumento idoneo ad una comunicazione nello stesso tempo globale e locale, a seconda delle esigenze. E dell'integrazione fra questi due livelli può nascere un nuovo modo di comunicare.

D: Ma come si può stimolare questa integrazione?

    R: Innanzitutto bisogna tener presente che con la radio, molto più che con le televisioni e con l'informazione Internet e dei social media, la diversità linguistica può costituire una barriera. La radio utilizza la lingua parlata più vicina alla gente, quindi più veloce e ricca di espressioni idiomatiche. Una lingua però più difficile da comprendere per chi non è perfettamente integrato in un certo contesto linguistico-culturale. Non bisogna dimenticare che tentativi di creare emittenti plurilingue in Europa hanno dovuto scontare difficoltà rivelatesi insormontabili, ripiegando poi nell'utilizzo della sola lingua universale, che è la musica.

   Io credo comunque che questa diversità linguistica debba essere rispettata e anzi coltivata, e che anzi possa rappresentare una straordinaria opportunità di conoscenza e di interscambio culturale. Sta a noi decidere quale direzione intraprendere. Penso che l'iniziativa del World Radio Day, sia solo un primo passo, ma indichi un cammino che va incoraggiato. Coinvolgere operatori dell'informazione e radioascoltatori di tutto il mondo in una comune avventura culturale significa avvicinare mondi diversi e lontani.

Un ulteriore passaggio potrebbe essere per esempio la creazione di un database universale delle radio, nel quale ciascun operatore radiofonico possa trovare le coordinate di una specifica radio di uno specifico paese, o per avere informazioni dirette su quel paese o su quella realtà, o per segnalare una situazione di particolare gravità, ma ignota o ignorata (e capita troppo spesso) dai grandi media e che merita di essere portata a conoscenza dell'opinione pubblica internazionale. Basti i pensare a quanto sia difficile per i media occidentali avere notizie di prima mano da zone di guerra o al centro di gravi emergenze umanitarie. Chi è presente sul territorio, come le piccole emittenti locali può essere in grado di ottenere notizie dirette che poi possono costituire una preziosa fonte di informazione anche per gli altri media. Ma è possibile immaginare anche un processo inverso.

La radio potrà svilupparsi solo se saprà ad essere in grado di rappresentare non soltanto uno strumento di diffusione delle notizie, ma anche una fonte primaria di informazione, un medium che crea informazione, al pari ad esempio, delle agenzie di stampa.  

 D: Si può parlare ancora di una funzione sociale della radio in un mondo globalizzato?

 R: Sì, proprio per quello che dicevamo prima. La radio e' uno strumento della “buona” globalizzazione. Naturalmente bisogna distinguere fra le radio commerciali, che sono la grande maggioranza, e quelle più votate all'informazione. Queste ultime hanno mantenuto intatta nel tempo la loro essenziale funzione nella nostra società. Accanto ai programmi di servizio, quelli che cioé forniscono notizie utili ai cittadini, la radio svolge una funzione insostituibile nelle gravi emergenze e nelle catastrofi naturali. Faccio un esempio. Il grande tsunami nel 2004. In quell'occasione, le radio (e fra queste Radio RAI) svolsero un ruolo straordinario nel mettere in contatto persone e comunità disperse in seguito a quel terribile evento. E forse sarebbe utile ricostruire la funzione di questi media in quell'occasione.

Oggi, però, per chi opera nei grandi media dei paesi industrializzati sarebbe necessario compiere un ulteriore passo in avanti. Comprendere che il mondo non si ferma alle porte di New York, di Bruxelles o di Roma, ma che al di la del cortile di casa nostra, c'è un mondo fatto da milioni di persone che soffrono e che non hanno voce per far conoscere le loro sofferenze. La radio può essere la loro voce.

 

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Giornata delle Nazioni Unite

Messaggio del Segretario Generale Ban Ki-moon in occasione della Giornata delle Nazioni Unite 2014.

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