Venerdì, 25 Aprile 2014
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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: UNRIC intervista Daniela Colombo, Presidente di AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo.

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Le Nazioni Unite hanno designato il 25 Novembre quale Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le donne. Questa decisione ha lo scopo di richiamare l’attenzione dei governi, delle organizzazioni internazionali, delle ONG e della società civile a promuovere iniziative in grado di sensibilizzare il pubblico su questa grave problematica di rilevanza internazionale.

UNRIC ha colto l’occasione della Giornata per intervistare Daniela Colombo, Presidente di AIDOS, Associazione italiana Donne per lo Sviluppo, al fine di offrire una panoramica in grado di fare il punto della situazione nei Paesi in via di sviluppo in riferimento alla violenza di genere, offrire dei suggerimenti per rafforzare la prevenzione della violenza sulle donne evidenziando l’approccio adottato da AIDOS nei propri centri per la salute delle donne vittime di violenza.

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D. Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza di genere, promossa dalle Nazioni Unite. In Europa, moltissime saranno le iniziative da parte delle organizzazioni della società civile e delle Istituzioni per l’eguaglianza tra donne e uomini.  Quale è la situazione nei paesi in via di sviluppo?

 

R. La presa di coscienza che la violenza contro le donne è una grave violazione dei diritti delle donne è relativamente recente in ambito Nazioni Unite, anche se si stanno facendo notevoli progressi. E’ stata nominata una Special Rapporteur sulla violenza contro le donne e la prossima Commission on the Status of Women, nel marzo del 2013, avrà la violenza di genere come tema prioritario di discussione.

Questo è importantissimo perché la situazione è esacerbata nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo in quanto, più che nel mondo occidentale, dalle donne ci si aspetta che siano tolleranti, pazienti, obbedienti, tenute a mantenere alto l’onore della famiglia in ogni circostanza. La violenza, durante tutto l’arco della vita di una donna, assume forme diverse che vanno oltre l’abuso fisico, le percosse, la violenza verbale, psicologica ed economica e, a seconda dei contesti culturali, si registrano delitti d’onore, mutilazioni dei genitali femminili, acidificazione dei volti delle donne, uccisioni per motivi legati alla dote, infanticidi di bambine, aborto selettivo e spesso forzato nel caso risulti dall’ecografia che il feto è femminile. Violenze che aumentano nei paesi colpiti da conflitti.

Nonostante il movimento delle donne sia in crescita in quasi tutti i paesi in via di sviluppo e si   incomincino a creare – almeno in via sperimentale e con il sostegno delle agenzie delle Nazioni Unite e della cooperazione internazionale – centri antiviolenza e rifugi per le donne che hanno subito violenza e i loro figli, a causa del contesto socio-economico di questi paesi è difficile che venga data priorità, o qualche significativa attenzione, al problema della violenza contro le donne. E’ praticamente impossibile per le vittime fare ricorso al sistema giudiziario, anche se qualche Governo ha approvato leggi in materia, e mancano le risorse economiche e umane per dare un qualsiasi tipo di assistenza alle vittime e cercare di prevenire i comportamenti violenti da parte degli uomini.

 

D. Secondo lei, da dove si può incominciare per prevenire la violenza contro le donne?

 

R. Da un lato bisogna lavorare per l’approvazione di leggi che puniscano severamente la violenza contro le donne. Ma le leggi non bastano, come tra l’altro stiamo constatando anche nei paesi  più sviluppati. E’ difficile raggiungere una donna vittima di violenza e aiutarla se lei non ha la forza, il coraggio di uscire allo scoperto e denunciare chi la sta opprimendo.

Dalla constatazione che ci sono comunque dei luoghi come i servizi sanitari dove le donne accedono per vari motivi, AIDOS sta lavorando dal 1998, insieme al Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), per mettere in atto in vari paesi una strategia per identificare le donne vittime o potenziali vittime di violenza attraverso il sistema sanitario, soprattutto i centri per la salute sessuale e riproduttiva, le maternità e i centri pedriatrici.  Una volta identificata una donna vittima o potenziale vittima la si può aiutare a uscire dalla spirale di violenza.

Abbiamo elaborato, con la collaborazione di una esperta americana, Lynne Stevens, una guida programmatica che è stata adattata e sperimentata in una decina di paesi in via di sviluppo. Gli obiettivi della guida sono: definire le migliori modalità di approccio (in alcuni paesi ci può essere una maggiore disponibilità ad offrire assistenza e cura, in altri meno), creare un ambiente favorevole ad affrontare il problema, identificare i tipi di violenza, come era in passato e come si sta evolvendo, sviluppare protocolli e politiche per farvi fronte, sensibilizzando il personale sanitario. L’approccio che ne risulta è un approccio integrato che fa entrare la violenza di genere nelle strutture sanitarie esistenti con collegamenti intersettoriali attraverso i servizi di riferimento.

Senza entrare nei particolari della guida programmatica, che è uno strumento piuttosto complesso e va adattato ai diversi contesti in cui ci si trova a operare, essa prevede tre diverse opzioni modulari indicate con le lettere A, B e C.

Con l’opzione A, si inizia dal materiale informativo di vario tipo, dai manifesti affissi nelle sale d’attesa ai video da proiettare mentre le donne aspettano la visita, ai biglietti lasciati nei servizi igienici che hanno indirizzi di centri legali o eventuali  rifugi. In questo caso non si offre un servizio, ma solo informazioni e in modo indiretto.

Nell’opzione B, oltre al materiale informativo, il personale di accoglienza è formato per fare delle domande in modo appropriato e confidenziale e inserire dei dati nella cartella clinica.  Il personale sanitario ha a disposizione una guida di riferimento per poter aiutare la donna e darle utili informazioni.

Nell’opzione C, si prevede la formazione di tutto il personale di una determinata struttura  sanitaria, dai medici fino alle figure amministrative, per offrire alle utenti un servizio di assistenza e di aiuto.

 

D. E quale è l’approccio adottato dai Centri per la salute delle donne creati da AIDOS in vari paesi in collaborazione con partner locali?

 

R. AIDOS ha adottato l’opzione C, vale a dire un approccio integrato che prevede un lavoro di prevenzione nella comunità e la diagnosi e l’assistenza alle donne vittime di violenza. Il primo passo è la formazione  e assistenza da parte di esperte/i italiane/i del personale locale e l’approccio con cui questi conducono il proprio lavoro deve sempre essere rispettoso della cultura e delle tradizioni locali. Non c’è la volontà di imporre concetti di altre culture, ma si cerca il modo di affrontare anche le tematiche più scottanti in un modo accettabile culturalmente. La metodologia della formazione del personale locale è partecipativa e esperienziale. L’obiettivo è di aprire una riflessione sulle aspettative sociali e gli stereotipi rispetto alle relazioni di genere e di poter comprendere come il genere ha influito sulla propria esperienza e sulla propria maniera di pensare, introducendo il cocnetto di violenza di genere in un secondo momento e aprendo una riflessione su cosa si intende per violenza – fisica, sessuale, emozionale – e su come certe forme di violenza siano talmente radicate nella cultura di appartenenza, tanto da non essere riconosciute come tali.

Dopo questa prima fase di formazione, il personale del Centro viene accompagnato nella realizzazione di interventi specifici che si articolano in tre momenti: prevenzione, diagnosi e trattamento/cura.

Nei Centri che AIDOS ha creato sono presenti una psicologa, una assistente sociale, una avvocata e un counsellor per gli uomini.

Una parte importante  - e molto difficile- della prevenzione passa attraverso il lavoro sugli uomini, cercando le leve motivazionali, cioè quelle convinzioni o credenze capaci di produrre un cambiamento nel cuore e nella mente di un uomo.

Nella parte dell’assistenza e del trattamento dei casi di violenza, l’utilizzo dei gruppi si è dimostrato un ottimo strumento perché rompe il senso di isolamento e di “diversità” che le vittime di violenza invariabilmente sperimentano. E’ una situazione protetta che consente di imparare nuove modalità e che offre forti possibilità di crescita.

Si tratta di tematiche e metodologie complesse e di avanguardia rispetto a modelli teorici più tradizionali e a modalità puramente didattiche che di solito si utilizzano nei paesi in via di sviluppo. Una metodologia partecipativa e circolare è l’unica capace di creare un reale cambiamento. Ad esempio i gruppi espressivi di adolescenti sono molto più utili di un anno di lezioni tradizionali.

Tutti i centri creati da AIDOS, da Gaza alla Giordania, alla Siria, al Nepal, al Burkina Faso, al Venezuela , e gestiti da partner locali hanno ormai una consolidata esperienza nel trattare i casi di violenza e molte storie di successo da raccontare. Sono diventati centri modello su questa tematica e conducono spesso corsi di formazione e seminari per il personale governativo o di altre strutture sanitarie.

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