Rapporto tecnico del Comitato di Alto Livello
sui Finanziamenti per lo Sviluppo

Il presente rapporto è stato commissionato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2000. I membri del Comitato appoggiano le raccomandazioni più importanti contenute nel Rapporto, ma non tutti sottoscrivono ogni dettaglio contenuto nel testo. John Williamson (membro anziano dell’Institute for International Economics), ha lavorato per il Comitato in qualità di Direttore di Progetto. Il Comitato è stato inoltre assistito da un segretariato composto da Vijaya Ramachandran (Consulente per l’Ufficio Esecutivo del Segretario Generale) e Javier Guzman (assistente di Ernesto Zedillo a Città del Messico).

Ernesto Zedillo, Presidente
Abdulatif Y. Al-Hamad
David Bryer
Mary Chinery-Hesse
Jacques Delors
Rebeca Grynspan
Alexander Y. Livshits
Abdul Magid Osman
Robert Rubin
Manmohan Singh
Masayoshi Son

Indice

Introduzione

  1. Mobilizzazione delle risorse nazionali
  2. Commercio
  3. Flussi di capitali privati
  4. Cooperazione internazionale per lo sviluppo
  5. Questioni sistemiche

Allegati

Il costo complessivo degli obiettivi politici

Tabelle

  1. I progressi complessivi nello sviluppo economico e umano, 1950-1999
  2. Stime dei costi annuali aggiuntivi per raggiungere gli Obiettivi Internazionali di Sviluppo del 2015

 

Introduzione

Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, il mondo ha assistito a uno sviluppo umano ed economico più rapido che nel corso di qualunque altro periodo di analoga durata che sia stato registrato in precedenza dall’umanità. La Tabella 1 illustra alcuni dei principali risultati: una crescita senza precedenti nella storia per quanto attiene al reddito pro capite, un incremento nella durata dell’esistenza, un decremento della percentuale di persone che vivono in condizioni di povertà, una maggiore alfabetizzazione, una mortalità infantile più bassa. Ancora, dal punto di vista positivo, la transizione demografica — il processo storico per il quale il declino dei tassi di mortalità viene seguito da una diminuzione nei tassi di natalità, limitando l’esplosione della popolazione mondiale — si sta attualmente verificando praticamente ovunque. Ma la tabella rivela anche la dimensione di alcune delle sfide che debbono ancora essere affrontate. Più di un quinto della popolazione mondiale, per esempio, vive tuttora in condizioni di povertà estrema (potendo contare su un dollaro al giorno per la propria sopravvivenza), e circa metà vive al di sotto dell’a mala pena più generoso standard di due dollari al giorno. Un quarto della popolazione dei paesi in via di sviluppo è tuttora analfabeta. I 2,5 miliardi di persone che vivono nelle nazioni con il reddito più basso del mondo registrano ancora un tasso di mortalità infantile superiore a 100 ogni 1.000 nati vivi, a fronte di un dato che, riferito ai 900 milioni di persone che vivono nelle nazioni ad alto reddito, è del 6 per 1.000. Nelle nazioni a basso reddito, inoltre, l’analfabetismo è un fenomeno che riguarda all’incirca il 40 per cento della popolazione. E la crescita della popolazione, anche se sta rallentando, rimane elevata.

Persino laddove la povertà sta diminuendo, la globalizzazione sta rendendo la povertà che permane — e l’analfabetismo e la cattiva salute — sempre più oppressiva. (Purtroppo, esistono parti del mondo nelle quali la povertà è ancora in crescita: nel corso degli ultimi 20 anni, per esempio, l’Africa ha assistito a un decremento dei suoi consumi pro capite). Sicuramente era già abbastanza brutto essere povero ed analfabeta in un mondo nel quale, comunque, chi non aveva conosceva poco sugli stili di vita delle persone abbienti. Ma essere poveri nel mondo di oggi, nel quale la televisione e la pubblicità rendono anche i più indigenti consapevoli dell’oceano che li separa dai ricchi, dev’essere ancora più intollerabile. La globalizzazione, infatti, ha diffuso in ogni povero villaggio rurale e baraccopoli urbana la consapevolezza che il mondo offre migliori possibilità rispetto a quelle che esistono a casa; essa ha inoltre offerto i mezzi per cercare di trovarle. E’ questa la ragione per la quale, così spesso, leggiamo sui giornali le tragiche storie di tentati migranti che hanno fatto naufragio, o sono soffocati o sono morti congelati nel momento in cui fallivano i loro tentativi di entrare clandestinamente nel mondo ricco. Un prodotto collaterale della globalizzazione è la crescente polarizzazione fra le economie globali di quanti hanno e di quanti non hanno, e questo non soltanto perché la distribuzione misurata del reddito mondiale sta diventando sempre più disuguale.

Questa realtà mette le nazioni ricche di fronte a una sfida morale. Per troppo tempo, infatti, troppi fra quanti avevano hanno dedicato eccessiva attenzione al proprio benessere, e troppo poco hanno fatto per aiutare quanti non avevano a costruirsi un futuro migliore. Fare meglio è il principale imperativo morale della nostra epoca.

E’ anche una questione di fare i propri interessi in modo illuminato. Gli stessi abitanti dei paesi ricchi entrano in lizza per riuscire a condurre i propri fratelli del genere umano fuori dalla povertà. Questo avviene non soltanto, o persino in gran parte, perché lo sviluppo economico crea dei mercati più vasti per le esportazioni delle nazioni industrializzate, nonostante questo fatto sia parte delle aspettative. I dividendi maggiori derivano dal contenimento di una molteplicità di problemi guidati dalla povertà e dalla mancanza di speranze, che non rispettano i confini nazionali, quali le malattie contagiose, il degrado ambientale, il fanatismo religioso e il terrorismo. Immaginare che, in un mondo globalizzato, i ricchi possano chiudere il mondo all’esterno per sempre, godendosi felicemente i frutti delle loro tecnologie avanzate mentre un’ampia percentuale dell’umanità continua a vivere nello squallore e nella miseria, rappresenta infatti una illusione pericolosa.

Vi sono numerosi segnali incoraggianti che indicano come la comunità internazionale abbia cominciato a riconoscere questa realtà. Durante lo scorso decennio, per esempio, le Nazioni Unite hanno indetto una serie di conferenze per affrontare i problemi più importanti che l’umanità ha di fronte: il Vertice della Terra, del 1992, a Rio de Janeiro; il Vertice della Popolazione, del 1994, al Cairo; il Vertice sulle Donne di Pechino e il Vertice sullo Sviluppo Sociale a Copenhagen, entrambi nel 1995; e il Vertice sugli Insediamenti Umani, del 1996, a Istanbul. Nel Settembre 2000, infine la riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è conclusa con una nota storica, con il maggior numero di capi di Governo mai riunitisi tutti insieme che adottavano la Dichiarazione delle Nazioni Unite sul Millennio. Tale Dichiarazione impegnava collettivamente i loro governi ad agire per liberare il mondo dalla povertà estrema. A tale fine, essa appoggiava i seguenti Obiettivi Internazionali di Sviluppo, da raggiungere entro il 2015: ridurre della metà la percentuale di persone che vivono in condizioni di povertà estrema, di quelli che soffrono la fame e di quelli che non dispongono di un accesso all’acqua potabile; raggiungere l’istruzione elementare universale e la parità dei sessi nel campo dell’istruzione; realizzare una diminuzione di tre quarti nei tassi di mortalità puerperale e di due terzi nei tassi di mortalità fra i bambini al di sotto dei cinque anni di età; fermare ed invertire la diffusione dell’HIV/AIDS e garantire un’assistenza particolare ai bambini diventati orfani a causa dell’AIDS; e infine migliorare le esistenze dei 100 milioni di abitanti dei quartieri degradati.

La Dichiarazione delle Nazioni Unite sul Millennio si prefiggeva altresì il compito, sino a ora negletto, di mobilizzare le risorse finanziarie necessarie per raggiungere questi obiettivi, e guardava alla Conferenza Internazionale sui Finanziamenti per lo Sviluppo, che si svolgerà nel Marzo 2002, come a un evento cruciale nella definizione di una strategia per raggiungere tale obiettivo. Molto lavoro è stato già speso nei preparativi per questa Conferenza. A tale proposito, il rapporto diffuso dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nel Dicembre 2000 (A/AC.257/12), identificava e discuteva un gran numero delle questioni più importanti, e un Comitato Preparatorio composto dagli Ambasciatori delle Nazioni Unite si è già incontrato per deliberare su tale rapporto. Il Segretario Generale ha deciso che la Conferenza potrebbe inoltre beneficiare dalla convocazione di un Comitato composto da Eminenti Personalità per affrontare, all’interno di un gruppo più limitato, alcune delle questioni che sono fino ad ora rimaste irrisolte. Siamo di conseguenza onorati di essere stati invitati a lavorare in questo Comitato. Il presente rapporto si concentra principalmente su un limitato numero di tali questioni, quelle per le quali riteniamo di avere sviluppato un’opinione collettiva condivisa che possa contribuire ad approfondire il dibattito internazionale. Il rapporto tocca inoltre una serie di altre questioni, allo scopo di mettere a fuoco le proposte più importanti, ma non cerca di discutere in profondità l’ampia gamma di soggetti coperti dal rapporto del Segretario Generale.

I limiti del mandato assegnatoci dal Segretario Generale sono di avanzare raccomandazioni relativamente a:

  1. Le pratiche di successo per la mobilizzazione delle risorse nazionali all’interno delle strutture politiche e istituzionali;
  2. I miglioramenti nei volumi, nelle modalità e nell’efficacia dell’assistenza ufficiale allo sviluppo (ODA) bilaterale e multilaterale;
  3. Le misure per il rafforzamento dell’Iniziativa sul Debito per le Nazioni Povere Pesantemente Indebitate (HIPC), compresa la possibilità di creare un nuovo meccanismo per mediare le relazioni fra le nazioni debitrici e quelle creditrici;
  4. Il miglioramento dell’accesso ai mercati per le esportazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo e da quelli con economie in transizione, in quanto elemento fondamentale ai fini della strategia per la mobilizzazione delle risorse;
  5. Gli strumenti e le strategie per agevolare i flussi di capitali privati verso i paesi in via di sviluppo e da quelli con economie in transizione, a condizioni tese a massimizzare il loro sviluppo potenziale;
  6. Una maggiore partecipazione dei paesi in via di sviluppo e di quelli con economie in transizione ai processi di assunzione delle decisioni sulle questioni finanziarie;
  7. Delle proposte tese a sviluppare delle fonti di finanziamento nuove ed innovative, sia pubbliche che private, per lo sviluppo e l’eliminazione della povertà, come pure per il finanziamento dei beni pubblici globali.

Il presente rapporto si occupa di numerosi fra questi argomenti, anche se in un ordine differente, e pur riservando uno spazio molto maggiore ad alcune tematiche rispetto ad altre. Inizia esattamente laddove iniziava l’elenco del Segretario Generale, con le politiche e le istituzioni nazionali che governano la mobilizzazione e l’impiego delle risorse per lo sviluppo. Uno dei tratti distintivi meglio accolti delle discussioni che hanno portato al rapporto del Segretario Generale, era il riconoscimento universale del fatto che l’investimento nei paesi in via di sviluppo ha poche probabilità di promuovere un rapido sviluppo economico od umano se le politiche nazionali non riescono ad avere cura dei fondamentali del sistema produttivo (secondo quanto discusso nella sezione 1).

Ma una nazione sarebbe di gran lunga più in condizione di approfittare del fatto di aver messo ordine al proprio interno, se potesse integrare la propria economia all’interno della più ampia economia mondiale senza doversi confrontare con le barriere imposte dai suoi partner commerciali. Per questa ragione, l’argomento successivo trattato dal rapporto sono gli scambi, nella sezione 2. Ulteriori vantaggi deriverebbero dal miglioramento delle capacità dei paesi in via di sviluppo di attingere al mercato internazionale dei capitali, e di conseguenza il rapporto procede, nella sezione 3, a discutere dei flussi dei capitali privati. Questa sezione tocca inoltre i problemi della prevenzione e della risoluzione delle crisi finanziarie.

Tuttavia ci sono determinati compiti fondamentali all’ordine del giorno internazionale, che il settore privato non può o non vuole gestire. Questi sono gli argomenti della sezione 4 e comprendono la distribuzione di aiuti sufficienti alle nazioni a basso reddito1, per consentire di dare inizio allo sviluppo e di raggiungere gli Obiettivi Internazionali di Sviluppo, occupandosi delle emergenze e provvedendo ai beni pubblici globali. Il ruolo dell’Iniziativa HIPC nell’alleggerire i vincoli finanziari che gravano sulle nazioni a basso reddito, e la possibilità di raccogliere finanziamenti per scopi internazionali da fonti nuove ed innovative, vengono illustrate in questa sezione, unitamente con le più tradizionali questioni della disponibilità degli aiuti e del loro impiego. Viene suggerito che una delle principali sfide per la Conferenza Internazionale sui Finanziamenti per lo Sviluppo consisterà nel garantire dei sufficienti finanziamenti esterni, in modo tale da porre i paesi a più basso reddito che hanno messo in ordine i propri fondamentali, in condizione di raggiungere gli obiettivi del 2015. Il Comitato si è formato la solida convinzione che gli Obiettivi Internazionali di Sviluppo abbiano poche probabilità di essere raggiunti a meno che l’opinione pubblica delle nazioni industrializzate non giunga a riconoscere le motivazioni morali ed utilitaristiche che consigliano di trattare questo argomento in maniera prioritaria. Conseguentemente, esso chiede che si dia inizio a una campagna pubblica in favore degli Obiettivi Internazionali di Sviluppo, che dovrà essere focalizzata in particolare sulle nazioni che sono cadute ben al di là dell’obiettivo degli aiuti.

1 La Banca Mondiale definisce come nazioni a basso reddito quelle che hanno un reddito pro capite di 755 dollari all’anno o meno (come viene convenzionalmente calcolato, piuttosto che su una base di parità del potere di acquisto). Si tratta in qualche misura di una soglia troppo stringente per identificare le nazioni che meritano l’aiuto internazionale oper il raggiungimento degli Obiettivi Internazionali di Sviluppo. Un dato riferito alla regione che vada da 1.500 a 2.000 dollari all’anno potrebbe essere maggiormente appropriato. Nel presente rapporto ci si riferisce alle nazioni che sono al di sotto di tale livello come ai paesi con più basso reddito.

La penultima sezione del rapporto affronta le implicazioni della globalizzazione per la capacità di governo delle istituzioni economiche globali e argomenta che una gran quantità di importanti riforme sono in ordine. Un allegato discute lo stato delle conoscenze riguardanti il costo di raggiungere gli Obiettivi Internazionali di Sviluppo.

Numerosi paesi in via di sviluppo hanno già realizzato dei significativi miglioramenti nel clima delle loro politiche nazionali, come si vede, per esempio, nella nuova attenzione che viene prestata a questioni particolarmente sensibili quali quelle relative ai diritti umani, alla democrazia e alla lotta alla corruzione, come pure a delle politiche macroeconomiche più disciplinate e in una maggiore apertura ai commerci. Questi miglioramenti si sono verificati in parte perché li hanno richiesti le nazioni donatrici di aiuti, anche se alcuni dei problemi dei quali esse si lamentavano (come ad esempio la corruzione) non sono certo esclusivi dei paesi in via di sviluppo.

Rappresenta una delle tristi ironie della nostra epoca il fatto che la realizzazione di gran parte di questo ordine del giorno non abbia portato la contropartita che era auspicata (alcuni direbbero che era stata implicitamente promessa), segnatamente, un incremento negli aiuti. Questo è particolarmente triste dal momento che così tanto dipende da nazioni che hanno cominciato a sfruttare prontamente delle recenti innovazioni tecnologiche, e ciò a propria volta dipende dagli aiuti. Le tecnologia dell’informazione offre ai paesi poveri la possibilità di compiere un notevole balzo in avanti, e in tal modo di diminuire il tempo necessario a mettersi al passo con le nazioni avanzate. In mancanza di assistenza da parte delle nazioni industrializzate, infatti, si potrebbe invece assistere a un peggioramento del divario digitale, che lascerebbe ad alcune nazioni ancora minori possibilità di individuare delle nicchie profittevoli all’interno dell’economia mondiale, rispetto a quelle di cui dispongono attualmente. Questa affermazione non vuole implicare che il divario digitale possa essere colmato esclusivamente mediante interventi tecnologici: esso riflette anche l’enorme abisso nelle opportunità educative che separa le nazioni ricche da quelle povere, e i popoli ricchi da quelli poveri. E’ al tempo stesso un sintomo e una causa della polarizzazione che minaccia il pianeta.

Il fallimento fondamentale dello sviluppo, nel corso degli ultimi tre decenni, consiste nella perdita di capitale sociale e nel risultante profondo impoverimento delle nazioni nelle quali risiede mezzo miliardo della popolazione mondiale, di cui una gran parte vive nell’Africa sub sahariana. Non compete a questo rapporto condannare i responsabili di questo tragico fallimento, nonostante sia giusto notare che gli shock negativi nelle condizioni commerciali e una cattiva gestione da parte dei governi nazionali hanno giocato un ruolo fondamentale in numerosi casi. Un rinnovato progresso nello sviluppo richiederà una combinazione di profonde riforme politiche nazionali, la volontà da parte delle nazioni industrializzate di lasciar competere equamente le esportazioni dei paesi a più basso reddito, degli aiuti significativamente più elevati laddove questi vengano impiegati in maniera produttiva, una maggiore attenzione alla costruzione delle capacità, e un nuova e più sana base per il rapporto esistente fra i paesi donatori e quelli destinatari degli aiuti. Uno dei principali scopi di questo rapporto è quello di delineare gli elementi potenziali di un pacchetto politico che consenta di affrontare queste sfide.

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1. Mobilizzazione delle risorse nazionali

La principale responsabilità nell’assicurare crescita ed equità, e di conseguenza per raggiungere una rapida diminuzione della povertà e sviluppo umano, secondo quanto richiesto dagli Obiettivi Internazionali di Sviluppo, compete a chi realizza le politiche nazionali. Sono principalmente le loro azioni a determinare lo stato del governo, la scelta delle politiche macroeconomiche e microeconomiche che debbono essere adottate, la salute delle finanze pubbliche, i parametri del sistema finanziario, e altre componenti fondamentali dell’ambiente economico. Non può esserci una crescita in mancanza di investimenti di sufficiente ammontare e qualità. L’economia nazionale è praticamente sempre la principale fonte di risparmi da destinare agli investimenti, e l’ambiente politico interno rappresenta una determinante decisiva per il desiderio di investire. In aggiunta, la questione altrettanto fondamentale dell’efficienza con la quale le risorse vengono investite è determinata in maniera schiacciante da decisioni nazionali e dall’ambiente politico del paese. E’ per questa ragione che è giusto dare inizio alla discussione su come garantire le risorse finanziarie per raggiungere gli obiettivi del 2015, affrontando proprio le questioni relative alla politica nazionale dei paesi in via di sviluppo.

Forse la più fondamentale fra tali questioni riguarda la capacità di governo, comprendendo in questa nozione anche il rispetto delle leggi. Le nazioni debbono essere in grado di autogovernarsi in maniera equa ed efficiente, e in un modo che gli assicuri il consenso dei cittadini, se si vuole che esse abbiano delle opportunità di sviluppo. Il cancro della corruzione dovrebbe di conseguenza essere combattuto vigorosamente, dal momento che ostacola la crescita e rappresenta un’offesa nei confronti dei poveri.

L’esperienza, inoltre, ha reso abbondantemente chiaro che non ci si può aspettare che i risparmiatori mantengano il proprio denaro all’interno del paese, o che gli investitori mettano a repentaglio la propria ricchezza per effettuare degli investimenti socialmente produttivi in una nazione, in assenza di una disciplina macroeconomica. L’inflazione e il deficit delle partite correnti debbono essere coerenti con una crescita sostenuta. Questo implica l’attuazione di una politica monetaria che punti a ridurre nel corso del tempo gli elevati tassi inflattivi, mantenendo gli incrementi dei prezzi al di sotto di un certo limite. La politica monetaria deve inoltre essere coerente con il tasso di cambio prescelto, che deve offrire una ragionevole garanzia che verranno evitati deficit delle partite correnti insostenibilmente ampi. E certamente non si può avere disciplina macroeconomica in assenza di una disciplina fiscale.

Come argomenta Amartya Sen, una economia di mercato fornisce al tempo stesso sia un mezzo per allargare il raggio delle libertà personali, sia il modo più efficace sino ad oggi conosciuto per rendere più profonda la crescita economica2. Ma un’economia di mercato necessita, per funzionare efficacemente, di una infrastruttura istituzionale certa. Questo comporta il rispetto delle leggi, che debbono essere amministrate imparzialmente dai tribunali; un sistema coerente di norme sulle imprese, sui contratti e sulla bancarotta; dei diritti di proprietà istituiti legalmente che riconoscano le pratiche tradizionali socialmente accettabili e di conseguenza si vedano assegnata legittimità sociale; e degli ordinamenti ben studiati, che siano confacenti allo stadio di sviluppo nel quale il paese in questione si trova in quel momento. Questo concetto prevede la realizzazione di regolamenti che favoriscano la sicurezza dei lavoratori e dei prodotti, stabiliscano degli standard ambientali e, nel caso di monopoli, fissino dei prezzi ragionevoli.

2 Amartya Sen, Development as Freedom (New York, Oxford University Press, 1999).

Ciò a cui i mercati non provvedono automaticamente, tuttavia, è di offrire a ciascuno un’equa opportunità di partecipare al loro funzionamento e di sfruttare appieno il loro potenziale. Per offrire una possibilità a quanti sono svantaggiati, potrebbero conseguentemente rendersi necessarie iniziative che garantiscano il riconoscimento legale dei tradizionali diritti di proprietà3, l’uguaglianza fra i sessi e, in alcune nazioni, la riforma agraria. Ma praticamente ovunque, lo strumento più potente per garantire ai poveri — comprese le donne — la capacità di integrarsi all’interno dell’economia di mercato, è rappresentato dalla spesa pubblica nei settori dell’istruzione, della sanità, dell’alimentazione, del comparto agricolo e per altri programmi sociali essenziali. Sono questi che mettono i poveri in condizione di contribuire alla crescita economica — e di conseguenza di beneficiarne. Questi programmi, più gli investimenti infrastrutturali, debbono essere la voce principale nella spesa governativa, non una posta marginale che viene tagliata quando i tempi sono difficili.

3 Hernando de Soto, The Mystery of Capital, (New York, Basic Books, 2000).

Finanziare un livello adeguato di spesa pubblica, compresa una rete di sicurezza sociale, limitando al tempo stesso i deficit di bilancio, implica la necessità di incrementare in maniera sostanziale i proventi della tassazione. Gli introiti fiscali (integrati nei paesi a più basso reddito dagli aiuti esteri), debbono essere sufficienti a permettere che la spesa venga finanziata senza imporre la tassa dell’inflazione, che grava in maniera sproporzionata sui poveri, o riducendo gli investimenti del settore privato. Numerose nazioni in via di sviluppo dovranno di conseguenza mettere in cantiere delle riforme tributarie, allo scopo di raccogliere entrate erariali che raggiungano i livelli necessari. In numerosi paesi si è dimostrata utile una imposta sul valore aggiunto, dal momento che essa ripartisce il peso della tassazione su una base imponibile ampia, anche se potrebbe essere necessario fare attenzione per evitare che una quota ingiustificata dell’imposizione cada sui poveri.

L’esperienza ha dimostrato che persino quelle che sulla carta appaiono come le strutture fiscali più ammirevoli, si dimostrano tuttavia di scarso valore se vengono amministrate da incompetenti o da corrotti. Questo fatto indica al tempo stesso la necessità di semplificare il sistema fiscale ogni qual volta ciò sia possibile, e l’importanza di costruire un’amministrazione fiscale trasparente, responsabile e libera dalla corruzione. La sezione 5 del presente rapporto invita la comunità internazionale a istituire una Organizzazione Tributaria Internazionale che potrebbe aiutare le nazioni a raggiungere questi obiettivi, oltre che a diminuire la dimensione dell’evasione e dell’elusione fiscali sulle fonti di reddito che hanno origini transnazionali. Ciò amplierebbe la base imponibile e di conseguenza permetterebbe di applicare dei tassi fiscali marginali più bassi, contribuendo a limitare gli effetti disincentivanti del sistema e rendendo al tempo stesso la tassazione più progressiva.

Il sistema finanziario è stato definito come il cervello e il sistema nervoso di un’economia. Esso fornisce le opportunità di risparmio alle famiglie, determina in che modo i risparmi debbano essere canalizzati verso le imprese produttive, e verifica l’impiego fatto dalle aziende di tali capitali. Un sistema finanziario diversificato, ben funzionante e competitivo è di conseguenza di fondamentale importanza sia per la mobilizzazione del risparmio, che per assicurare il suo investimento produttivo. Un sistema finanziario realmente diversificato è quello che garantisce il credito alle microimprese come alle società di maggiori dimensioni; che comprende un florido mercato dei capitali come pure banche largamente accessibili; che permette alle aziende di raccogliere finanziamenti sia mediante l’azionariato che tramite il ricorso all’indebitamento; che offre una serie di meccanismi istituzionali per il risparmio; e che fornisce alle donne, al settore informale e ai poveri, sia credito che opportunità di risparmio. Un sistema ben funzionante deve essere fondato su una moderna struttura giuridica che incorpori gli standard di contabilità e revisione internazionalmente riconosciuti, come pure capacità di gestione aziendale e disposizioni per la bancarotta che vengano adattate alla cultura locale ma soddisfino anche i requisiti globali. Le banche debbono essere competitive, efficienti, capitalizzate in modo appropriato, e ben regolate e sorvegliate. I paesi dovrebbero aspirare a raggiungere gli standard e attenersi ai codici sui regolamenti finanziari che sono stati sviluppati da vari forum internazionali. Naturalmente, creare delle istituzioni che soddisfino tali specifiche è difficile e richiederà del tempo; per raggiungere tale risultato sarà inoltre necessaria assistenza da parte della comunità internazionale.

La politica pubblica può esercitare un considerevole impatto sul livello del risparmio mediante i provvedimenti assunti per provvedere alle pensioni. Numerosi paesi in via di sviluppo, infatti, mancano ancora di un sistema ragionevolmente di vasta portata per provvedere un reddito adeguato ai propri pensionati. Questa potrebbe non essere una questione prioritaria nelle nazioni molto povere, nelle quali i pensionati non sono l’unico gruppo all’interno della società i cui redditi sono tipicamente insufficienti. Ma sta diventando rapidamente un serio problema sociale persino in paesi con redditi abbastanza bassi, dal momento che il sistema delle famiglie estese viene eroso mentre l’aspettativa di vita aumenta. Per di più, si tratta di un problema la cui soluzione potrebbe avere un impatto significativo sulla mobilizzazione del risparmio.

Se un sistema pensionistico deve accrescere il risparmio nazionale, allora esso dovrà essere un sistema a capitalizzazione anziché con pagamento alla scadenza, e la transizione al sistema a capitalizzazione non dovrà essere finanziata ricorrendo ai prestiti. (un sistema a capitalizzazione è quello nel quale i contributi versati dai lavoratori vengono messi da parte per provvedere alle loro pensioni; mentre in un sistema con pagamento alla scadenza i contributi versati dai lavoratori vengono utilizzati per pagare le pensioni di quanti si sono ritirati dal lavoro.) Il risultato sarebbe un tasso di risparmio nazionale più elevato, dal momento che l’attuale generazione di lavoratori sarebbe obbligata a risparmiare per costituire i capitali che serviranno a pagare le loro pensioni future, mentre stanno ancora pagando le tasse per finanziare le pensioni di quelli che si sono già ritirati al momento in cui il novo piano pensionistico è stato introdotto. Un piano a contribuzione definita, nel quale un partecipante accumula diritti sul capitale al quale ha contribuito, rappresenta probabilmente la maniera più efficiente per elevare il livello del risparmio, dal momento che le persone considerano i propri contributi come facenti parte della propria ricchezza personale. Un simile progetto può essere organizzato e gestito dallo Stato, oppure tale compito può essere affidato a un fondo pensionistico privato regolamentato dallo Stato, con contributi obbligatori. Ogni programma, quale che ne sia la tipologia scelta, dovrebbe venire integrato da un piano finanziato dalle tasse con un impatto redistributivo progressivo, in modo tale da garantire una pensione minima. L’importanza di un elemento contributivo, a contribuzione definita, e dell’elemento finanziato dalle tasse che garantisca la pensione minima, potrà verosimilmente variare da una nazione all’altra, dipendendo in parte dalla solvibilità del sistema esistente e in parte dall’importanza che la società attribuisce alla coesione sociale.

Per ammissione generale, l’ordine del giorno appena presentato è effettivamente ambizioso, particolarmente per quel che concerne le nazioni a basso reddito che sono state devastate dalla guerra o da conflitti civili. Non si è con questo inteso implicare che tutte le nazioni dovrebbero adottare il medesimo insieme di politiche: differenti circostanze richiederanno certamente politiche differenti. L’intento è stato piuttosto quello di identificare quelle proposte che sono generalmente valide, e rendere evidente il fatto che né lo sviluppo economico, né tantomeno quello umano, hanno grandi possibilità di realizzarsi, quale che sia l’ambiente internazionale, all’interno di nazioni che non riescano a realizzare questo ordine del giorno. Se il mondo intende realizzare gli Obiettivi Internazionali di Sviluppo del 2015, il primo passo - indispensabile per tutti i paesi in via di sviluppo - è quello di essere certi che i loro fondamentali vengano resi compatibili con le direttrici abbozzate in queste pagine. Ma realizzare un simile obiettivo non è semplicemente una questione di volontà politica. Numerosi paesi in via di sviluppo, infatti, non dispongono di istituzioni capaci di realizzare gran parte di questa agenda. Queste nazioni dovranno di conseguenza concentrare i più importanti sforzi nazionali sulla costruzione delle capacità: sviluppare un servizio pubblico competente e libero dalla corruzione, alimentare una solida società civile e una stampa vitale ed indipendente, e favorire un forte settore privato indigeno. L’assistenza tecnica, così come essa è organizzata attualmente, non fornisce il tipo di contributo che dovrebbe invece essere garantito. La comunità internazionale deve ragionare seriamente su come essa potrebbe assistere in maniera più efficace i paesi in via di sviluppo nel costruire delle istituzioni solide, sostenibili, strategiche ed innovative, capaci di rispondere con flessibilità a un ambiente nazionale ed internazionale che si modifica rapidamente, e che saranno necessarie per raggiungere gli Obiettivi Internazionali di Sviluppo.

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2. Commercio

Gli scambi sono uno fra i motori della crescita. Tanto le pressioni concorrenziali necessarie a produrre con successo per i mercati di esportazione quanto l’accesso alle importazioni necessarie per costruire un’economia moderna sono essenziali per qualunque genere di rapida crescita, equa o di altro genere, rispettosa dell’ambiente oppure causa della sua distruzione. Rendere la crescita equa e sostenibile è il compito di altre politiche; esistono in generale poche ragioni per considerare il commercio polarizzato in un modo o nell’altro su tali dimensioni. Ma dal momento che il fenomeno della povertà in una nazione povera non può essere superato in assenza di una crescita rapida e sostenuta, la volontà e la possibilità di commerciare liberamente sono fondamentali ai fini di una diminuzione di lungo periodo della povertà. E’ rimarchevole il fatto che, almeno dagli anni ’60, ogni nazione che è riuscita a trarre i propri abitanti fuori dalla povertà abbia fatto diventare una caratteristica fondamentale della propria strategia economica una significativa apertura dei commerci.

Il decennio trascorso ha assistito a una notevole liberalizzazione dei commerci da parte dei paesi in via di sviluppo, analoga a quella intrapresa precedentemente dalle odierne nazioni industrializzate, almeno per quanto riguarda gli scambi fra loro. Sfortunatamente il regime commerciale liberale che è attualmente prevalente fra le nazioni industrializzate (eccezione fatta per l’agricoltura), non è accompagnato da un libero accesso al mercato esteso ai prodotti che interessano i paesi in via di sviluppo. In parte, questo fenomeno è senza alcun dubbio imputabile a semplice protezionismo — si avverte infatti che sono a rischio dei posti di lavoro. Ma in parte esso è anche dovuto ai precedenti tentativi compiuti dai paesi in via di sviluppo per rimanere fuori dal processo teso a realizzare delle transazioni in materia di commerci e di attendersi di ottenere delle concessioni senza farne a propria volta. Tale atteggiamento si è finalmente modificato nella più recente serie di negoziati multilaterali sul commercio, l’Uruguay Round, in occasione del quale i paesi in via di sviluppo hanno partecipato attivamente al compromesso. Il loro coinvolgimento ha consentito di raggiungere alcuni risultati rimarchevoli, quali l’imposizione di tariffe sulle restrizioni quantitative nel comparto agricolo e la graduale eliminazione dell’Accordo Multi-Fibre — anche se si è trattato di guadagni nel lungo termine. Un importante compito per gli anni a venire sarà quello di rendere certo il fatto che le nazioni industrializzate attuino pienamente i propri impegni per liberalizzare gli scambi in aree di grande significato per i paesi in via di sviluppo, secondo gli accordi stipulati in occasione dell’Uruguay Round.

Persino dopo che gli impegni dell’Uruguay Round saranno stati completamente realizzati, tuttavia, rimarranno delle barriere considerevoli alle esportazioni dei paesi in via di sviluppo. Un recente tentativo (successivo all’Uruguay Round) di quantificare i benefici derivanti dall’eliminazione di tutte le barriere di tale genere poste sui commerci, valutava che i benefici potenziali per il benessere dei paesi in via di sviluppo potesse essere calcolato in circa 130 miliardi di dollari annui (a prezzi correnti, e coprendo soltanto i guadagni sui commerci visibili)4. Un altro studio ha concluso che persino una riduzione del 50 per cento nelle tariffe potrebbe offrire ai paesi in via di sviluppo un guadagno compreso fra i 90 e i 155 miliardi di dollari all’anno5. E’ estremamente importante che ai paesi in via di sviluppo venga offerta la possibilità di realizzare questi guadagni. Anche se alcuni componenti del Comitato hanno sostenuto come fosse essenziale che le nazioni industrializzate per prime ristabilissero la fiducia nei confronti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), rifacendosi tanto allo spirito quanto alla lettera dei precedenti accordi, il Comitato nel suo complesso ha ritenuto che l’approccio migliore consistesse nell’organizzare una nuova serie di liberalizzazioni del commercio in occasione della riunione ministeriale della WTO, prevista nel Qatar per il Novembre del 2001. Questo dovrebbe realmente essere un Incontro per lo Sviluppo, e di conseguenza è stato da più parti suggerito di dare questo nome alla riunione. Le nazioni industrializzate, la cui guida sarà indispensabile per garantire il successo della nuova serie di trattative, dovranno accettare che i negoziati siano centrati su questioni di specifico interesse per i paesi in via di sviluppo. Essi debbono partecipare alle trattative, essendo preparati a fare delle concessioni sostanziali su queste tematiche; numerosi paesi in via di sviluppo potrebbero infatti trovare difficile dare inizio alle discussioni in mancanza di una qualche assicurazione sulla disponibilità di tale volontà. L’incontro ministeriale nel Qatar, di conseguenza, dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di rendere gli scambi fra le nazioni industrializzate e i paesi in via di sviluppo altrettanto liberi di quanto essi lo siano fra le nazioni industrializzate.

4 K. Anderson, J. Francis, T. Hertel, B. Hoekman e W. Martin, "Potential gains from trade reform in the new millennium", in B. Hoekman e W. Martin (a cura di), Developing Countries and the WTO: A Pro-Active Agenda (Oxford, Blackwell, 2001), tabella 4. Si stima che circa il 45 per cento dei guadagni complessivi derivanti da una piena liberalizzazione andranno ai paesi in via di sviluppo, anche se queste nazioni gestiscono solamente il 35 per cento degli scambi mondiali. Esistono due ragioni per questo enorme guadagno: il fatto che essi debbono superare delle barriere protettive più elevate, e il fatto che le nazioni industrializzate li discriminino di fatto nel garantire l’accesso ai mercati. LO studio conclude inoltre che le famiglie povere, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, trarranno quelle che trarranno i benefici maggiori, in termini della proporzionale accelerazione delle proprie condizioni di vita.
5 Joseph Francois, "The economic impact of new Multilateral trade negotiations: final report", Rapporto per la DG-II della Commissione Europea (Maggio 2001).

Una serie di Trattative per lo Sviluppo dovrebbero occuparsi del seguente ordine del giorno:

  • Completamento delle attività dell’Uruguay Round. Questo significa garantire la piena attuazione dello spirito come della lettera degli impegni che le nazioni industrializzate avevano assunto in quelle trattative. Esiste inoltre una necessità di riesaminare i regolamenti che i paesi in via di sviluppo hanno scoperto essere troppo difficili, o inaspettatamente onerosi, da attuare.
  • Il rafforzamento delle regole del sistema della WTO. Si tratta di un fattore di importanza critica per i paesi in via di sviluppo, dal momento che sono le nazioni meno potenti che hanno più bisogno di regole forti. Le normative antidumping, per esempio, sono state sempre più abusate e debbono essere disciplinate dal sistema internazionale.
  • Liberalizzare gli scambi dei prodotti agricoli. Tutte le analisi indicano che una simile misura andrebbe a beneficiare i paesi in via di sviluppo. Naturalmente, le implicazioni di una piena liberalizzazione sarebbero enormemente maggiori per alcuni prodotti, quali ad esempio lo zucchero, che per altri. Il costo reale per la produzione dello zucchero nei paesi in via di sviluppo, infatti, è solamente un terzo rispetto a quello che viene sostenuto in alcune nazioni dell’Unione Europea, ma le esportazioni dei paesi in via di sviluppo vengono tenute al di fuori del territorio dell’Unione da un dazio applicato dall’UE che è pari al 213 per cento. Nel 1999 i sussidi all’agricoltura nelle nazioni che fanno parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ammontavano a 361 miliardi di dollari, una cifra superiore all’intero PNL dell’Africa sub sahariana. L’obiettivo dovrebbe essere quello di raggiungere una completa liberalizzazione degli scambi agricoli, con al massimo due condizioni. La prima, all’interno delle nazioni industrializzate qualunque preoccupazione volta a sostenere il reddito reale del settore rurale dovrebbe essere appoggiata mediante sussidi orientati alla protezione ambientale anziché alla produzione agricola. La seconda, nei paesi in via di sviluppo la durevole preoccupazione per la sicurezza alimentare potrebbe giustificare delle tariffe alle importazioni variabili quando i prezzi mondiali sono bassi, considerato che queste nazioni non possono permettersi sussidi agricoli su larga scala.
  • Diminuire i picchi esistenti nelle tariffe doganali e l’aumento automatico dei dazi. Anche dopo che l’Accordo Multi-Fibre sarà stato gradualmente eliminato, in conformità con l’accordo dell’Uruguay Round, l’imposta doganale media sui prodotti tessili e sull’abbigliamento nelle nazioni dell’OCSE sarà dell’8 per cento, a fronte del 3 per cento di altri manufatti. Per numerose altre esportazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo inoltre, l’accesso al mercato è limitato da tariffe doganali particolarmente elevate, o da dazi che aumentano automaticamente con il grado di lavorazione. Questo fatto impedisce che i paesi in via di sviluppo fabbrichino dei prodotti di valore più elevato e che si spostino verso l’alto sulla scala dello sviluppo.
  • Riformare i diritti di proprietà intellettuale legati al commercio. Questo è stato un argomento trattato per la prima volta dal regime di scambi multilaterali nel corso dell’Uruguay Round. Ma numerosi paesi in via di sviluppo hanno trovato poco pratico imporre e far rispettare le leggi più recenti sulla proprietà intellettuale basate sul modello prescritto nell’accordo della WTO. In aggiunta, alcuni dei risultati che ne sono derivati, quali l’alto costo dei medicinali contro l’HIV/AIDS e altri prodotti farmaceutici coperti da brevetto nelle nazioni povere, hanno sollevato una notevole preoccupazione. L’intera questione dev’essere riesaminata, con l’obiettivo, fra le altre cose, di individuare dei modi per aumentare la disponibilità di medicinali a basso costo, senza colpire indebitamente l’incentivo ad innovare e a introdurre nuovi prodotti sul mercato.
  • Legittimare una protezione limitata, con precisi vincoli temporali, per determinate industrie, da parte di quelle nazioni che si trovano negli stadi iniziali della loro industrializzazione. Anche se il vecchio modello di protezione generale, inteso a coltivare industrie sostitutive delle importazioni è stato malgestito, sarebbe un errore andare all’estremo opposto e negare ai paesi in via di sviluppo la possibilità di alimentare attivamente lo sviluppo di un settore industriale. La necessità di ottenere un’approvazione internazionale per una protezione simile, potrebbe rappresentare un aiuto per i governi dei paesi in via di sviluppo che permetterebbe loro di resistere a richieste eccessive provenienti dai loro gruppi di interesse nazionali (e dalle multinazionali che valutano la possibilità di investimenti in loco).
  • Sviluppare un’opinione diversa sulla liberalizzazione della migrazione. I tempi potrebbero inoltre essere maturi per iniziare a cercare l’accordo per l’introduzione di alcune misure internazionali sugli "spostamenti delle persone", ovvero regole che governino l’occupazione a breve termine al di fuori del proprio paese d’origine, che potrebbe fornire ai paesi in via di sviluppo una fonte pesino più vasta di scambi con l’estero rispetto al passato.

Questo elenco non intende suggerire che una nuova serie si negoziati sul commercio dovrebbe essere limitata a questi argomenti. Alcuni componenti del Comitato ritengono che, in effetti, i guadagni per tutte le nazioni potrebbero essere persino maggiori se questa nuova serie di trattative includesse anche i servizi. Piuttosto, lo scopo dell’elenco è quello di identificare quegli argomenti che non debbono essere omessi se si vuole che i paesi in via di sviluppo vengano ad essere pienamente inclusi, su base paritaria, all’interno del sistema commerciale mondiale.

Una questione che ha impedito di trovare l’accordo per il lancio di una nuova serie di negoziati, ha riguardato l’impiego delle sanzioni commerciali per la promozione degli standard lavorativi o ambientali. Questi argomenti vengono trattati meglio sviluppando le istituzioni internazionali specificamente dedicate alla forza lavoro e all’ambiente, come discusso nella sezione 5.

Negli ultimi anni la liberalizzazione degli scambi si è spesso realizzata su una base regionale, più che globale. Gli accordi regionali possono rappresentare un modo costruttivo per far progredire un commercio più liberale e rivestono spesso particolare importanza per le piccole nazioni, ma è importante renderli dei mattoni costitutivi di un sistema globale di libero scambio, e non degli elementi distruttivi. Tali accordi dovrebbero essere pienamente coerenti con la WTO, e il loro raggiungimento non dovrebbe diventare una scusa per ritardare la liberalizzazione multilaterale.

I negoziati sul commercio hanno bisogno di molto tempo per raggiungere risultati. I problemi delle nazioni meno sviluppate, invece, non possono attendere tanto a lungo. Conseguentemente, sono già state assunte delle iniziative per rafforzare la loro posizione commerciale. La WTO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e il centro Internazionale per il Commercio, patrocinato dall’UNCTAD e dalla WTO, hanno lanciato congiuntamente una "Struttura Integrata" progettata per creare la capacità delle nazioni meno sviluppate nelle trattative sui commerci e per aiutare la diversificazione delle loro esportazioni. La misura in cui questi paesi saranno in grado di trarre vantaggio dai miglioramenti nell’accesso al mercato dipendono ovviamente da una serie di fattori dal lato dell’offerta, molti dei quali sono stati trattati nella discussione delle politiche nazionali, all’interno della precedente sezione. Nel caso di numerose delle nazioni meno sviluppate, inoltre, questi problemi sono così acuti che è giusto che la comunità internazionale fornisca qualche contributo immediato per la costruzione di tali capacità. Il fondo fiduciario che è stato creato per sostenere la Struttura Integrata svolgerà proprio questo compito. Merita pertanto di ottenere dei finanziamenti generosi.

La WTO ha inoltre tentato di spingere le nazioni industrializzate a migliorare l’accesso ai loro mercati per le merci dei paesi meno sviluppati. La Nuova Zelanda e la Norvegia hanno già aperto completamente i propri mercati. Gli Stati Uniti hanno risposto con il loro programma speciale per l’Africa e i Caraibi, che ha ricevuto l’approvazione del Congresso, e sono attualmente in fase di realizzazione, anche se sfortunatamente con delle limitazioni che potrebbero ridurne il valore. La Commissione Europea ha proposto che l’Unione Europea elimini gradualmente tutte le quote e le restrizioni tariffarie poste sulle importazioni di qualsiasi prodotto, ad eccezione delle armi, proveniente dai paesi meno sviluppati, in un arco temporale compreso fra il 2002 e il 2004. Tale proposta è stata approvata dal Consiglio dei Ministri nel Febbraio 2001, anche se con uno spiacevole ritardo nel garantire un accesso senza restrizioni sul mercato alle banane, al riso e allo zucchero. E’ importante garantire una attuazione pronta e fedele di questo impegno ed ottenere iniziative quanto meno altrettanto valide da parte di tutte le altre nazioni industrializzate. Un passo immediato ed utile sarebbe quello di mettere in pratica, senza ulteriori ritardi, tutte le concessioni previste dall’Uruguay Round che interessano i paesi meno sviluppati, provvedendo, naturalmente, a che tali concessioni non diventino dei sostituti per una totale liberalizzazione.

Per i ricavi delle loro esportazioni, gran parte delle nazioni più povere rimangono estremamente dipendenti dalle materie prime. Infatti, più di 50 paesi in via di sviluppo, fra le quali circa due terzi delle nazioni povere pesantemente indebitate, dipendono per più della metà del ricavato delle loro esportazioni da tre, o anche meno, materie prime. Questo fatto le espone a due problemi. Il primo, è che sul lungo periodo i prezzi di questi beni hanno manifestato la tendenza a diminuire in termini reali, rendendo sempre più difficile per i produttori di questi paesi procurarsi un reddito decente, e per le loro nazioni di importare le merci di cui hanno bisogno per crescere. Il secondo è che sia i produttori che i loro paesi sono tormentati da forti pressioni cicliche, dal momento che i prezzi delle materie prime sovente variano in maniera decisa in dipendenza dello stato della domanda globale.

E’ difficile immaginare in che modo il primo problema potrebbe essere risolto da un intervento diretto per sostenere i prezzi. Gli accordi internazionali sulle materie prime sono occasionalmente riusciti a tenere i prezzi a un certo livello per pochi anni. Ma tali successi hanno invariabilmente attirato degli altri produttori e raffreddato la domanda fino a che l’accordo all’ultimo è venuto meno, portando a degli aggiustamenti persino più gravi e dolorosi di quanto non si sarebbe verificato in una condizione di libero mercato. Alla radice del problema c’è il fatto che, in base alle circostanze attuali, qualunque aumento nei prezzi delle materie prime stimola una corsa di nuovi entranti che sperano di guadagnarsi a stento da vivere rifornendo il mercato mondiale, persino a un salario da fame. Il problema verrà superato solamente quando lo sviluppo sarà andato abbastanza avanti da rendere inutile un simile comportamento disperato.

C’è anche una lunga storia di tentativi per diminuire la variabilità ciclica dei prezzi delle materie prime, o almeno per diminuirne l’impatto. Nonostante alcune modeste iniziative, quali la Struttura per il Finanziamento Compensativo del Fondo Monetario Internazionale siano state utili al margine, nessuna delle grandi proposte lanciate, da Keynes in poi, ha mai garantito l’accordo. Persino gli accordi sulle materie prime che non puntavano a mantenere i prezzi permanentemente al di sopra dei loro livelli di compensazione di mercato hanno alla fine collassato. E’ deplorevole che la Struttura per il Finanziamento Compensativo sia stata gradualmente ridotta negli anni ’80. Essa merita di essere ripristinata e migliorata.

Un nuovo interessante approccio per tentare un attacco limitato al problema, è rappresentato da un progetto per la gestione dei rischi delle materie prime nei paesi in via di sviluppo6. Questa nuova iniziativa si differenzia dai suoi predecessori per due aspetti fondamentali. In primo luogo, non compie alcun tentativo per stabilizzare i prezzi di mercato, ma piuttosto si concentra sui prezzi ricevuti dai singoli produttori. In secondo luogo, sebbene essa preveda la creazione di un nuovo intermediario all’interno di alcune organizzazioni internazionali per far funzionare il piano, questo intermediario riassicurerà i propri contratti con un’assicurazione appartenente al settore privato, in modo tale che le condizioni che esso offrirà saranno sostanzialmente equivalenti a quelle quotate dal settore privato. Il lavoro dell’intermediario sarebbe quello di rendere queste condizioni ampiamente disponibili per gli agricoltori poveri e altri produttori dei paesi in via di sviluppo che attualmente non dispongono di accesso alle assicurazioni private.

6 Veder www.comrisk.net/itf/index.htm.

L’intermediario in questione, in sostanza, venderebbe l’assicurazione ai produttori sui prezzi relativi ad almeno le 12 principali materie prime esportate dai paesi in via di sviluppo. Le risorse per gli aiuti potrebbero essere utilizzate per pagare una parte dei costi dei premi da addebitare ai produttori poveri, assicurando che i criteri per determinare gli aventi diritto non presentino ambiguità; ai produttori con redditi superiori alla soglia stabilita verrebbe invece richiesto di coprire i costi per intero. Dal momento che l’intermediario proporrebbe dei premi basati sui tassi in vigore sul mercato commerciale presso il quale egli riassicurerebbe gran parte dei rischi, egli sarebbe in gran parte esente da pericoli.

Quanto utile potrebbe essere un simile meccanismo? E’ importante stabilire che esso non pretenderebbe certo di stabilizzare i prezzi ricevuti dai produttori, quanto piuttosto di offrire loro una garanzia anticipata sul prezzo minimo che verrebbero a ricevere. Questo fatto sarebbe di particolare valore per gli agricoltori che possono decidere annualmente il tipo di coltivazione. Essi sarebbero infatti meglio capaci di decidere quale coltura piantare se sapessero, al momento della semina, il prezzo minimo che potrebbero richiedere per ogni coltura. Il piano si limiterebbe a stabilizzare il reddito degli altri produttori (quali quelli che coltivano il caffè e altre piante da frutto) nella misura in cui essi potrebbero richiedere un risarcimento alla propria assicurazione solo nel caso in cui i tempi fossero difficili e non quando sono positivi. Dal momento che i prezzi sui mercati mondiali fluttuano, altrettanto farebbe il prezzo minimo che potrebbe essere ottenuto per un determinato premio assicurativo. Nonostante i benefici potenziali di un simile piano siano abbastanza modesti, sarebbe conveniente dargli prontamente inizio, quanto meno su base tentativa.

In contrasto con le numerose iniziative proposte nel corso degli anni per liberalizzare gli scambi, e più recentemente per liberalizzare i movimenti di capitali, non c’è mai stata alcuna iniziativa comparabile per liberalizzare i movimenti delle persone fra le nazioni. Alla luce degli sviluppi demografici che si stanno verificando nelle nazioni industrializzate (in particolare l’invecchiamento delle loro popolazioni), e dei potenziali benefici della migrazione nel generare delle rimesse verso i paesi in via di sviluppo, è arrivato il momento di mettere tale questione all’ordine del giorno internazionale.

Le accresciute opportunità commerciali invocate in questa sezione creerebbero l’opportunità per molti più paesi in via di sviluppo di entrare nel circolo virtuoso della crescita guidata dalle esportazioni. Queste migliori opportunità di mercato avrebbero bisogno di essere integrate da un forte sostegno alla costruzione delle capacità, e di sforzi per limitare la distruzione causata dai bassi prezzi delle materie prime. Soltanto allora il commercio svilupperà pienamente il proprio potenziale nell’aiutare le nazioni più povere nel raggiungere gli Obiettivi Internazionali di Sviluppo.

 

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