DICHIARAZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE DELLE NAZIONI UNITE, KOFI ANNAN, PRESSO LA SCUOLA DI STUDI DIPLOMATICI E DI RELAZIONI INTERNAZIONALI DELLA SETON HALL UNIVERSITY

SOUTH ORANGE, NEW JERSEY, 5 FEBBRAIO 2001

È un enorme piacere per me essere qui con voi oggi e ricevere una laurea ad honorem da questa illustre Università. Il legame particolare tra le Nazioni Unite e la Scuola di Diplomazia e Relazioni Internazionali di Seton Hall risale alla fondazione della Scuola e alla collaborazione che l’Associazione delle Nazioni Unite (UNA-USA) ha rivestito in tale processo. Come già anticipato, siamo lieti di avere qui con noi Bill Lewis, un grande coordinatore di UNA-USA. Tali legami sono stati oggi rinnovati dalla lungimirante decisione della Scuola di accettare il ruolo di segreteria coordinatrice dell’Anno per il Dialogo tra le Civiltà.

Sono grato alla Scuola di Diplomazia per aver accettato di dare un sostegno al lavoro del mio Rappresentante Personale per il Dialogo tra le Civiltà, Giandomenico Picco. Quest’ultimo mi ha informato dell’importante contributo fornito dalla Scuola, sotto la leadership dell’Ambasciatore Costantinou.

Oggi, desidererei condividere con voi alcune considerazioni riguardanti il Dialogo tra le Civiltà e sottolineare quanto io creda nel fatto che l’idea di tale dialogo sia radicata nei valori fondamentali che le Nazioni Unite hanno cercato di portare avanti durante gli ultimi cinquantacinque anni. Vorrei, inoltre, cogliere questa occasione per soffermarmi su alcuni miti e malintesi che riguardano questo concetto. Tuttavia, prima di fare ciò, permettetemi di spiegare brevemente perché le Nazioni Unite hanno abbracciato questo progetto ed il motivo per cui ho accolto così calorosamente la proclamazione del 2001 quale "Anno delle Nazioni Unite per il Dialogo tra le Civiltà".

Le stesse Nazioni Unite sono state create con la convinzione che il dialogo possa trionfare sulla discordia, che la diversità sia una virtù universale, e che le persone di tutto il mondo siano molto più unite dal loro destino comune di quanto siano divise dalle loro differenti identità.

Le Nazioni Unite — nello svolgere al meglio la loro funzione — possono essere la vera casa del dialogo tra le civiltà, il forum nel quale tale dialogo può svilupparsi e dare i suoi frutti in ogni aspetto del comportamento umano. Se tale dialogo non avrà luogo ogni giorno tra tutte le nazioni — all’interno e tra le civiltà, le culture, e i gruppi–né la pace né il benessere potranno essere assicurati. Questa è la lezione che apprendiamo dai primi cinquant’anni di vita delle Nazioni Unite, lezione di cui non teniamo conto a nostro rischio e pericolo.

Un altro insegnamento da trarre dalla storia consiste nella presa di coscienza che accanto ad una infinita diversità di culture, ne esiste una, la civiltà globale, basata sui valori comuni della tolleranza e della libertà. È una civiltà caratterizzata dalla sua tolleranza per il dissenso, dalla celebrazione della diversità culturale, dall’insistenza sui diritti umani fondamentali universali e dalla convinzione dell’esistenza del diritto di tutti ad avere voce in capitolo nei confronti dell’azione dei propri governanti; una civiltà, quindi, basata sulla convinzione che la diversità delle culture è qualcosa da celebrare e non da temere. Al contrario, molte guerre scaturiscono dalla paura di tale diversità, timore che può essere superato solo attraverso il dialogo.

La diversità rappresenta, quindi, sia il fondamento del dialogo tra le civiltà, sia la realtà che rende il dialogo necessario. All’inizio del nuovo millennio, è questa la civiltà che siamo chiamati a difendere e promuovere.

Affinché ciò abbia successo, dobbiamo essere in grado di promuovere il dialogo, senza creare nuove barriere e di sviluppare la cooperazione senza soffocare l’integrazione. Perché dico questo? In quanto sussiste il pericolo che anche la discussione sul dialogo tra le civiltà possa essere condotta in modo tale da rafforzare le barriere al dialogo piuttosto che superarle. In particolare, vorrei ricordare a noi tutti che questi termini — civiltà e culture–non sono dati costanti e immutabili della storia, ma sono piuttosto concetti in continua evoluzione–che mutano, crescono, si sviluppano e si adattano ai nuovi tempi e alle nuove realtà attraverso l’interazione reciproca. Essi non corrispondono necessariamente ad un particolare credo religioso. Rappresenta una semplificazione grossolana parlare di civiltà cristiana, mussulmana o buddista, e un tale approccio creerebbe solamente barriere della cui esistenza nessuno ha bisogno.

Queste generalizzazioni, se mai siano state valide nel passato, non sono in grado di spiegare la realtà del mondo attuale, in cui i fenomeni dell’integrazione, delle migrazioni e della globalizzazione rappresentano elementi di coesione tra differenti razze, culture ed etnie. È possibile riscontrare tutto ciò in ogni angolo del mondo, incluso in questa università. In effetti, persino in questa sala, ben pochi di noi potrebbero rivendicare la propria appartenenza ad un’unica civiltà. Piuttosto, mai come prima d’ora, siamo consapevoli di essere prodotti di differenti culture e inclinazioni, che la nostra forza risiede nell’armonia fra la realtà familiare e quella estranea e che la ricerca di una civiltà chiusa in se stessa è condannata a priori al fallimento.

Questo non prescinde dal fatto che non si possa essere orgogliosi della propria fede o della propria eredità culturale. Possediamo il diritto e il dovere di farlo. Tuttavia, la nozione secondo la quale ciò che è "nostro" è necessariamente in conflitto con ciò che è "loro" è sia falsa che pericolosa. Contrariamente a quanto si potrebbe sostenere, noi possiamo amare quello che siamo senza odiare quello che non siamo.

Si può, quindi, considerare il dialogo tra le civiltà come un concetto utile? Innanzitutto, quest’ultimo rappresenta una risposta appropriata e necessaria alla nozione di un inevitabile scontro tra civiltà. Al contempo, esso fornisce un contesto adeguato al fine di far prevalere la cooperazione sui conflitti. In secondo luogo, aiuta ad avvicinarci alle più profonde ed antiche radici delle culture e civiltà allo scopo di scoprire cosa ci unisce al di là di ogni barriera, e a mostrare che il passato può fornirci tanto elementi comuni quanto segnali di divisione. Il terzo punto, forse il più importante, riguarda l’aiuto che il dialogo può fornirci per comprendere il ruolo della cultura e della civiltà nei conflitti odierni, così da distinguere la propaganda e le false rappresentazioni degli eventi storici dalle cause reali della guerra. Questo approccio dovrebbe spianare la strada verso la pace.

Recentemente, i signori della guerra, che hanno fomentato aggressioni e violenze, hanno troppo spesso incoraggiato i loro seguaci ad identificarsi con le vittime delle atrocità del passato, scatenando così un desiderio di vendetta, o a proteggere loro stessi, contro quei gruppi identificati come aggressori nel corso dei precedenti conflitti. Nella maggior parte dei casi, si istiga alla violenza sulla base che i gruppi in questione appartengono a civiltà diverse ed inconciliabili.

Tali comportamenti hanno avuto l’effetto non solo di distorcere la storia e di usarla per gli scopi meno nobili, ma anche di nascondere le cause più recondite che hanno generato tali conflitti e che devono essere affrontate al fine di trovare delle adeguate soluzioni.

Durante lo scorso decennio, la regione dei Balcani, ci ha fornito atroci e tragici esempi degli usi e abusi della storia impiegati per creare divisioni e scatenare conflitti. Come risultato, ciò che potrebbe essere chiamato "Dialogo tra civiltà", quasi sempre presente nel corso dei secoli passati, è stato distrutto violentemente. In modo inaspettato, i Musulmani di Bosnia sono stati definiti "Turchi" e la loro persecuzione giustificata sulla base del comportamento tenuto dai loro antenati 500 anni fa. In questo caso, una più chiara analisi della storia, della cultura, e della religione avrebbe potuto contribuire ad una pacifica transizione dal comunismo alla democrazia, e gli aspetti relativi ai diritti ed alle responsabilità avrebbero potuto essere affrontate attraverso uno sviluppo pluralistico basato sul reciproco rispetto.

A dispetto di continui violenti combattimenti e spargimenti di sangue, nel Medio Oriente, mai come prima d’ora, si è vicini ad una soluzione del conflitto tra Israeliani e Palestinesi. Questo conflitto trae origine da difficili questioni relative al territorio, alla nazionalità e ai diritti di proprietà ed ancor più esacerbato dalle differenze di religione in una Terra Santa comune a tre fedi. Si corre il pericolo che quello che era stato essenzialmente un conflitto tra popoli si traduca sempre più in un conflitto religioso. In questo caso, un dialogo onesto e costruttivo potrebbe separare le questioni cosiddette di civiltà e di religione da quelle politiche e territoriali, e trovare una via d’uscita che possa onorare tutte le fedi, raggiungendo una giusta pace che ponga fine ad una guerra interminabile.

In entrambi questi casi — nei Balcani ed in Medio Oriente — un dialogo genuino tra le culture e le fedi, tra le opinioni giuste e sbagliate, tra la giustizia e i bisogni, potrebbero ancora aiutare i protagonisti a trovare la loro strada verso la pace, pur sottolineando la presenza tuttora rilevante delle questioni reali e profonde relative all’auto determinazione, alla sicurezza e alla dignità.

Le parole da sole non bastano. Ma un dialogo fatto di parole e azioni , ovvero di reciproche azioni basate sul rispetto e sulla comprensione dei risentimenti dell’altra parte, può fare la differenza. Di questo sono sicuro.

Non dovremmo aspettare di trovarci nel mezzo di un conflitto per cominciare questo tipo di dialogo. È necessario intraprenderlo ogni volta che ne avremo la possibilità -- e spesso sarà più facile condurlo lontano dai campi di battaglia. Vi sottopongo queste considerazioni come idee e suggerimenti per i vostri ulteriori dibattiti e riflessioni. Il dialogo tra le civiltà dovrebbe essere tenuto a Seton Hall, alle Nazioni Unite ed in ogni luogo in cui le persone di buona volontà cerchino di superare le differenze e di far progredire la pace, prendendo il meglio del ricco e diverso passato dell’umanità per migliorare il nostro futuro comune. Con questo spirito, lasciate che vi ringrazi di nuovo per avermi onorato questa sera.