Ne esistono circa 500 milioni, praticamente una ogni 12 abitanti del pianeta.Una conferenza dell’Onu per combatterle

Il peso mortale delle armi leggere

KOFI A.ANNAN

Quattro anni fa, la Campagna internazionaleper la messa al bando delle mine antiuomo è stata accolta con entusiasmo dal mondo intero, tanto che dovunque ci si è mobilitati in tempi sorprendentemente brevi e con slancio irresistibile contro questi strumenti di morte.Ma altrettanto micidiali, e direi persino più diffuse, sono le armi leggere e di piccolo calibro che comprendono, oltre alle pistole e ai fucili, anche mitragliatrici e mortai, bombe a mano, cannoni anticarro e lanciamissili a spalla.
Su di esse va incentrata la nostra attenzione a livello globale e con la massima urgenza.
È questo il messaggio più importante che verrà lanciato dalle Nazioni Unite in occasione della conferenza appena inaugurata New York.
Il mondo è invaso da qualcosa come 500 milioni di armi leggere e di piccolo calibro, praticamente una ogni 12 abitanti del pianeta.
Gran parte di esse sono soggette al controllo delle autorità legalmente costituite; ma quando capitano in mano a gruppi terroristici, bande criminali o forze irregolari, queste armi hanno effetti devastanti.
Determinano l’inasprimento dei conflitti, innescano flussi migratori, minano la capacità di imporre il rispetto delle leggi, diffondono una cultura di violenza e impunità.
In poche parole, le armi leggere costituiscono una minaccia alla pace e allo sviluppo, alla democrazia e ai diritti umani.
Non è particolarmente difficile procurarsi armi leggere e di piccolo calibro: in alcune aree del mondo si può acquistare un fucile mitragliatore AK-47 per soli 15 dollari o addirittura in cambio di un sacco di cereali.
Sono armi sono di facile uso: con un minimo di addestramento, anche un bambino è in grado di maneggiarle.
Sono poi facili da nascondere e da trasportare.
Non richiedono una grande manutenzione, quindi durano per decenni.
E provocano enormi perdite: la Inter-American Development Bank ha calcolato i costi diretti e indiretti degli atti di violenza perpetrati utilizzando armi leggere in 140-170 miliardi di dollari l’anno, soltanto nell’America Latina. Ma esse soprattutto vanno viste come armi di distruzione di massa.
Secondo l’inchiesta indipendente condotta sotto il titolo di Small Arms Survey 2001, all’impiego di armi leggere e di piccolo calibro vanno attribuiti quotidianamente ben oltre 1.000 morti, e si tratta prevalentemente di donne e bambini.
La conferenza che si è aperta questa settimana non intende violare la sovranità nazionale dei vari paesi, né limitare il loro diritto alla difesa, interferire con il loro dovere di provvedere alla sicurezza nazionale, o incidere sul diritto dei popoli all’autodeterminazione.
Né, ancora, intende sottrarre queste armi ai loro legittimi proprietari.

È mirata, piuttosto, ai trafficanti di armi privi di scrupoli, a funzionari corrotti, ai cartelli del traffico della droga, alle unità terroriste e a chiunque altro semini morte e distruzione nelle strade, nelle scuole, in insediamenti umani dovunque nel mondo.
Per combatterle, ci servono leggi più consone, normative più efficaci.
I vari governi hanno aderito a trattati internazionali vincolanti per quanto riguarda la non proliferazione delle armi nucleari ed hanno messo al bando le armi chimiche e biologiche e le mine anti-uomo.
Non si è fatto altrettanto, però, per eliminare il commercio illegittimo di armi leggere e di piccolo calibro.
Indispensabile è la collaborazione dei fabbricanti, che potrebbero produrre armi di cui sia facile risalire il percorso, contrassegnandole chiaramente e vendendole soltanto tramite intermediari debitamente autorizzati.
Si devono, poi, ridurre le immense scorte di armi già esistenti.
Nelle società che sono appena uscite da un conflitto, gli ex combattenti vanno disarmati, smobilitati e aiutati a trovare un lavoro.
Come ci insegnano Albania, Salvador, Mozambico e Panama, e tanti altri paesi ancora, può rivelarsi utile offrire incentivi economici - come strumenti e scuole, materiali da costruzione, servizi sanitari e lavori di manutenzione stradale - in cambio della resa spontanea di armi. Purtroppo, però, gli stati che già hanno impegnato miliardi di dollari in iniziative volte ad imporre il “cessate il fuoco”, spesso non sono disposti a spenderne qualche centinaio di migliaia in più per misure che sarebbero di vitale importanza per il perdurare della pace.
In questi ultimi anni, le varie campagne contro la fabbricazione e l’impiego delle mine antiuomo, a favore dell’annullamento del debito dei paesi poveri, e per l’istituzione del Tribunale Internazionale per i crimini di guerra hanno dimostrato quale straordinaria capacità di coesione abbia la gente quando si tratti di battersi per una giusta causa e di costringere i governi a modificare le rispettive politiche.
Non vi è dubbio che il commercio illecito di armi leggere e di piccolo calibro meriti appieno un’attenzione generale della medesima portata.

© 2001 International Herald Tribune.
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Traduzione di Maria Luisa Tommasi Russo

 

Pubblicato dal quotidiano "L’UNITA’ in data 14 luglio 2001